domenica 1 ottobre 2023

ELOGIO ALLA FOLLIA .


 ELOGIO ALLA FOLLIA . 

NARRAZIONE E RICERCA 

DI- GIOVANNI MAFFEO - POETANARRATORE - 


Tutto ciò si lega alla poesia : la follia ,la tragedia , la commedia il dramma ,gli ingredienti utili per la riassunta poesia , la sintesi del dramma .

Giovanni Maffeo - Poetanarratore . 

UNA MIA POESIA :

AMORI MALATI .


Taciti i calvari ove s'apre il dolore di una vita ingenerosa,

ove tra gli orfani del male giocano gli spettri degli umani,

sono relitti alla deriva ove spiaggia la miseria 

ove su corpi opachi si memitizza l'insensatezza stolta .


Tu , l'amore della mia vita , tu l'immagine dei mie orgogli!

trastulli e burli il cuore e la fede ...

mentre le ombre dei dannati si vestono e spaziano tra le novizie ;

si abbracciano alla sorte oscura ,si specchiano nei sinossi ciechi .


Amori malati, amori persi per la troppa gelosia 

in paradisi di fuoco scavano solchi di vita ...

si impattano gli orrori ove li attende il male ;

ove il frusciare del vento repulsa l'amore pronto .


Ove libra l'aria e danzano i serpenti ...

ma, tu donna , amami !Abbi pietà dei miei sentimenti ;

affliggimi il giusto orientamento ,il dovuto canto ,

in cui posso renderti la mia verace passione .


Portami con te oh foglia :nella follia folle ,

ove il mio ardire dipinge i tuoi rossori 

sosta attimi procaci fatti di giubilo di fruttati rari ;

io, l'ellenico titano ,l'amante del buon vino in te mi affamo .


Giovanni Maffeo -Poetanarratore .

 Ho raccolto le parole .


(Poema della vita dell’amore. )


Si arriva alla fine e tutto appare chiaro !

Tutto s’apprezza nella profondità più buia :

eloquenze che narrano i sublimi eventi

ci rivelano la capacità del fare .


Ci dona la parola persuadendo l’intelletto

le volontà e gli affetti di una conoscenza senza pari :

la sacra religione ,la politica forense ,

la compiacenza e il mal costume;

una forza espressiva del gesto significante .


Ci dà la conoscenza dei fatti ,d’ogni inerzia apparente!

Simboli e vocaboli discutibili anche con i sinonimi ,

in composizioni poetiche l’esplicita lirica ;

la narrazione di una storia che non ha fine .


Per me , per voi raccolgo le parole !

Da semplice cantastorie ne faccio musica ,

con esse apro a voi la mia anima ;

il piacere d’essere il poeta dell'amore.


Ho raccolto l’amore e i suoi significati

ho forgiato il vero io che s'era chiuso nel cortile …

ne ho fatto scudo per gli amati ;

illuso mi copro di una apparente gloria.


Ho raccolto la mia ignoranza e l’ho vestita da galante !

In un abito di vate esprimo i miei egoismi inutili :

a volte indolente e fragile la crudezza empirica;

l’epiteto loquace che si crede eroe .


E come una mummia sul mio corpo scarico i tuoi baci

le passate concupiscenze il cuore mio spezza ,

abortisce esperienze e lacrime di gioie ;

rafforza concetti in una coscienza effimera .


Ho cercato le parole per dire t’amo !

L’emblema simbolico che unisce e strugge ,

l’amore sacro della terrena vita ;

l’intenso amore che il desiderio brama.


L’ho cercate in’ una musa per esprimerle al mondo intero !

Con ispirazioni poetiche e di etica morale,

di un amore libero ,il socratico di equanimità e fermezza ;

di volgere il mio sapere a chi ne vuole sentir parlare .

L’ho vissuto ,lo vivo, come propensione di giustizia

di attaccamento affettivo , gradita a chi mi segue,

a persone o cose ,alla graziosa femmina …

mia e logica risorsa dei miei poemi .


Ho cercato e ottenuto paradisi e inferni !

I diabolici e felici oblii per caricarmi di energia,

elevato poi i sacrali spiriti le fragili misericordie;

della carne unica tentazione che mi fa emozionare.


E ho dormito tra i singulti della vita !

Tra i rimorsi ho addebitato ogni mia redenzione,

ogni squallore l’ho reso puro …

e per ogni delizia sarò il predestinato .


Si ho peccato ,donna dammi tu il coraggio !

E ad ognuno chi non l’ha , scagli la prima pietra …

Agli amorevoli , andranno tra i celesti;

saranno lontani gli ipocriti che non professano l’amore .


Ho cercato le parole tra la gente …

le giustificazioni indebite e pietose,

i loro cuori mi insegnano dottrine;

mi insegnano cos’è il supplizio amaro.


Concetti che danno forza alla mia fede …

diluiscono il mio rancore ,io il martire condannato ;

l’infedele che chiede perdono a Dio.

alla fede di chi crede e ama.


Ho cercato terre incolte per seminare pace!

Ho ricevuto odio e fuochi …

Tedio immacolato disgustato dal fastidio ;

riemergo lottando il respiro dei miei giorni.


E mi perdo in questo glossario tenebroso !

In queste voci oscure affabulo intenzioni ,

antiquato mi ripeto, scomposto nei vari contenuti approdo;

non son nessuno ,son solo un’indigente sordo.


Cerco le parole ,le cerco finché ne avrò vista !

Finché ne avrò fiato canterò l’animo poetico …

Darò fermento al mio trionfo alle beffarde ambizioni;

cerco te fonte d'ogni mia conquista , la vittoria è poesia.


Giovanni Maffeo - Poetanarratore


Uno spiritoso disegno di Hans Holbein il Giovane della Follia, in una copia della prima edizione frobeniana del 1515 posseduta da Erasmo stesso (Kupferstichkabinett, Basel)



Erasmo da Rotterdam e il suo Elogio della follia.


Elogio della Follia è un saggio scritto da Erasmo da Rotterdam (1466 – 1536) nel 1509. Opera straordinaria dell’Umanesimo, il testo è considerato una delle più grandi opere del pensiero occidentale, nonché l’elemento stimolatore per la Riforma protestante.


Erasmo (che scrisse il testo in poche settimane, durante un soggiorno con l’amico Tommaso Moro, a cui lo dedica), in questo arguto elogio, veste esattamente i panni della follia. Essa viene allegoricamente rappresentata come una dea in vesti di donna, posta all’origine di ogni bene sia per l’umanità, sia per gli stessi dei che riceverebbero al pari dei mortali i suoi doni. In primo luogo il dono della vita, perché nessuno genera o è stato generato se non grazie all’“ebbrezza gioiosa” della Follia.


È lei che parla, argomenta, espone, critica e tesse le lodi di se stessa. Questo straordinario espediente consentirà al filosofo di passare in rassegna tutte le miserie del genere umano e con una pungente ironia svelerà le sue debolezze, la sua confusione interiore, le sue false illusioni, le sue paure e tutti i suoi limiti. Sotto i colpi ben assestati della Follia nessuno sembra avere scampo. In ordine sono oggetto di critica grammatici, poeti, giuristi, filosofi, teologi, religiosi e monaci, re, cortigiani, vescovi, cardinali, pontefici. Tutti sono messi alla gogna e spogliati della loro autorevolezza.


Perdizione.


S’imporpora il beato sangue‭ 

nella mia anima il tuo si consola,

mi trascini nella perdizione onirica‭ 

ove l’inesorabile amore mi sarà fatale‭ ‬.


Tu fosti acero di pianta spoglia‭!

Ti camuffasti d’acqua santa e fosti benedetta,

nel seme nascesti pura tra le gemme in fiore‭ ;

oggi,la mia pietà s’adira nel non poterti riabbracciare‭  ‬.


Sei la perdizione‭ ‬,‭ ‬la pietà dopo la misericordia‭ !

Una locuzione senza fissa dimora,

nel mio cervello il tuo nome si frantuma‭;

l’apparente nichilismo l'ideale dei valori nuovi‭ ‬.


Vattene tentatrice dall’animo sfatto‭!

Mietitrice di vittime e di innocenti orgasmi‭ ‬,

di implorazione e liberi arbitri‭    ;

tu,‭ ‬il cimelio del prezioso dono‭ ‬.


Fosti serpe velenosa‭ ‬,la depravata folle

insultasti l’amore mio‭ ! 

Il sublime che tra noi nacque genuino‭ ;

la maligna bugia del ruffiano amante‭  ‬.


E non trovasti eco‭  ‬nelle sorde lande‭ !

Fui per te capriccio d’avventura‭  …

la facciata di un momento accattivante‭ ‬,

l'enigma di una notte eterna‭ ‬.


Fosti carne della‭  ‬mia carne...

la femmina che io ancora rubo‭ ‬.


Giovanni Maffeo‭ ‬-Poetanarratore‭ ‬.


L’Elogio della Follia è un saggio straordinariamente attuale che presenta un elemento chiave determinante: la stoltezza, alterazione della ragione, si trasforma nella saggezza della natura, pronta a soccorrere l’uomo in preda alla conoscenza. Erasmo infatti afferma che “i più fortunati sono coloro che riescono a tenersi lontani da qualunque disciplina per seguire la sola guida della natura che in nessuna parte è difettosa”. Il filosofo olandese capovolge dunque le consuete opinioni di saggezza e stoltezza. C’è una sola saggezza che aderisce perfettamente alla natura e che solo la stoltezza rende possibile, perché tutte le passioni sono un prodotto della follia. La distinzione tra saggio e folle a questo punto è presto fatta: il primo si fa guidare dalla ragione, il secondo dalle passioni. Qualche lettore potrebbe incautamente pensare che tra le righe, il vero protagonista dell’Elogio possa essere la stoltezza e non la follia, ma Erasmo elogia la stoltezza solo in quanto la ritiene la condizione umana più vicina alla follia, prossima alla follia, che ci spinge in direzione di essa, perché l’uomo solamente rifiutando la ragione umana può accedere alla Follia di Dio. Si aprono a questo punto pagine di critica feroce soprattutto nei confronti dei teologi.

Amori malati‭ ‬.


Breve fu la storia la narrai ridendo‭ !

Guardai nell’abisso il profondo rosso‭ ‬,‭ 

Nessuno vide la mia figura‭ ‬:

Troppo fragile per essere salvata‭ ‬.‭ 


Amore malato‭ ‬,‭ ‬amore perso‭ ‬...

Potresti essere tu la vita‭ ‬,l’amore unico‭ ‬,‭ 

Potresti cambiare i miei giorni‭ 

Dare un senso ai miei deliri‭ ‬.‭ 


Forse ho sbagliato a darti vomiti di doglie‭ 

La mia carne s’arrotola nell’inferno‭ ‬,‭ 

La più superba delle afasie‭ ;

Il suono glorioso del mio martirio‭ ‬.‭ 


Per te ho scelto l’amore malato‭ !

Per addolcire i miei sogni‭  ‬i dolorosi turbamenti‭ ‬,

Infonderli nei miei sentimenti‭ ‬,‭ 

Strapparli con violenza dal mio ovattato sesso.


Amori malati‭ ‬,‭ ‬spietati di possesso‭ 

Uccidono angeli innocenti‭ ‬,i cherubini del creato‭ ‬,

Infrangono regole mai scritte del galateo rosa‭ ;

Disperato il grido‭ ‬,‭ ‬ha l’aura tetra‭ ‬.‭ 


Tu la dolce fata hai la favola nel cuore‭ !

Cura me smarrito suono‭ ‬,io son malato del tuo amore‭ ‬,‭ 

Sono argine di rivoli in fuga e rosse labbra‭ ;

Nella furiosa caccia voglio farti la mia preda‭ ‬.‭ 


Giovanni Maffeo‭ – ‬Poetanarratore‭ ‬.


“L’uomo che nasconde la sua follia è migliore dell’uomo che nasconde la sua sapienza”


Nell’Elogio della Follia ci sono per Erasmo diversi livelli di conoscenza del mondo. Il primo è il livello umano, della ragione, che non conduce a nessuna conoscenza; abbiamo poi il livello naturale che ci porta alla conoscenza del mondo; infine c’è il livello della conoscenza assoluta che è quello di Dio, a cui possiamo accedere solo attraverso la follia. L’abbandono assume una connotazione fondamentale. L’incredulità, o meglio, la presa di coscienza della propria incredulità sarà la chiave per vivere follemente il completo abbandono a Dio.


È doveroso ovviamente, ricordare che Erasmo distingue la follia in due specie. Una negativa che “scaturisce dagli inferi” e una positiva che nasce dall’uomo e che tutti desiderano. Quest’ultima è la follia pura, quella intesa da Platone: l’estasi dei poeti e degli amanti.


Secondo Erasmo, gli uomini sprecano la loro vita come se recitassero in una commedia, vestendo un’incredibile alternanza di panni diversi e indossando infinite maschere. Sono solo dei funamboli che cercano si tengono equilibrio nelle svariate convenzioni sociali. Il loro unico obiettivo è ricercare la felicità. Ognuno attua questa ricerca  a proprio modo illudendosi persino di poterla trovare. Ma alla fine, colui che è veramente felice non è il saggio, che pensa di conservare tutti i segreti del mondo, bensì il folle. È veramente felice colui che sa godersi la vita, che conosce e ama se stesso, segue le proprie passioni e asseconda i propri impulsi.


Poco prima della conclusione Erasmo esalta in maniera magistrale la magnifica concezione platonica, poco fa menzionata, del rapporto tra follia e amore: “Platone scrisse che il delirio degli amanti è il più felice di tutti. Infatti chi ama ardentemente non vive in se stesso, ma in colui che ama, e quanto più si allontana da sé e si trasferisce in lui, tanto più gode.  D’altra parte quanto più è perfetto l’amore, tanto più è grande e beato il delirio”.


Ci viene da pensare, alla luce di quanto esposto e di quanto audacemente argomentato dal filosofo, se l’Elogio della Follia conduca davvero verso quel percorso per trovare una possibile verità e se non sia proprio essa ad essere incaricata di tracciare questo percorso. Perché a pensarci bene: “quale azione dei mortali.. non è piena di follia, opera di folli in un mondo di folli?


ELOGIO DELLA FOLLIA SIGNIFICATO


È preferibile quindi l’uomo qualunque, “uno della folla dei pazzi più segnalati che, pazzo com’è, possa comandare o obbedire ad altri pazzi, attirando a sé la simpatia dei suoi simili…; uno con cui si possa convivere, che infine non ritenga estraneo a sé niente di ciò che è umano”.

La concezione della follia espressa da Erasmo da Rotterdam da una parte giunge a sminuire eccessivamente il ruolo e l’importanza della razionalità nell’ambito dell’esistenza umana, e dall’altra sembra differenziarsi rispetto alle più moderne teorie sul tema della pazzia, rappresentata in termini decisamente meno positivi, come una via di fuga dalla realtà (si pensi a Pirandello), oppure come un’emarginazione dalla società.


A quest’ultimo proposito Cechov, in La corsia n.6, affronta il tema della pazzia anche dal punto di vista scientifico (era laureato in medicina) per dimostrare come rappresenti il più delle volte una scelta del singolo di estraniarsi dal mondo, ma talvolta anche un modo per eliminare dalla società chi non rispetta le regole e le convenzioni. Il protagonista, uno psichiatra che si occupa dei malati rinchiusi in un manicomio, finirà infatti lui stesso rinchiuso in quel manicomio per aver cercato di riconoscere dignità umana ai ricoverati.


La follia come alienazione. La parola follia può essere definita come una condizione psichica che identifica una mancanza di adattamento che l’uomo “folle” esibisce nei confronti della società.

Di conseguenza non può considerarsi saggio colui che si fa guidare soltanto dalla ragione, simile ad uno spettro mostruoso: “un uomo così fatto, sordo ad ogni naturale richiamo, incapace di amore e di pietà”…”un uomo cui non sfugge nulla, che non sbaglia mai, che tutto vede, tutto pesa con assoluta precisione, nulla perdona; solo di sé contento…lui solo tutto; senza amici, pronto a mandare all’inferno gli stessi dèi, e che condanna come insensato e risibile tutto ciò che si fa nella vita”.


Quindi, la società ritiene “folle” colui che si ribella alle convenzioni sociali, decidendo di rischiare e di vivere secondo i propri schemi di vita. Ma ciò che per una persona è pura follia, per un’altra potrebbe essere normalità.


Perché un’esistenza sia felice, è indispensabile che in essa trovi spazio il piacere, e quindi “un pizzico di follia”.

Ma anche nell’ambito dei rapporti umani, dal matrimonio all’amicizia, è grazie ala Follia se i vincoli personali resistono felicemente, appunto “nutrendosi di adulazioni, scherzi, di indulgenza, di errori, di dissimulazioni”.


Ugualmente la tenuta dei rapporti sociali, e quindi l’esistenza stessa della società, dipendono dall’ausilio della Follia.


quindi La Follia, soprattutto, rappresenta l’unica guida per accedere alla vera sapienza: poiché tutte le passioni, tutti gli umani errori e tutte le umane debolezze, rientrano nella sfera della Follia, il vero saggio è chi che si lascia guidare dalle passioni. Precisa l’autore che questi elementi emotivi “non solo assolvono la funzione di guide per chi si affretta verso il porto della sapienza, ma nell’esercizio della virtù vengono sempre in aiuto spronando e stimolando, come forze che esortano al bene”.


Conoscere se stessi per trovare una nuova spiritualità.


Nel particolare contesto storico che stiamo sperimentando, spesso a fare la differenza tra la salute e la malattia, tra la vita e la morte è la dimensione spirituale di un individuo. La spiritualità è una estensione infinita e illimitata dell’esperienza umana e in quanto tale non può essere spiegata, compresa, studiata e approcciata con metodi e tecniche utilizzati per altre dottrine o scienze. Il campo della spiritualità più che dogmi, precetti, obblighi e imposizioni, pone al suo centro una rete di valori, credenze e pratiche quotidiane che consentono al soggetto in questione di collocarsi su un piano più elevato. La spiritualità dunque ha a che fare con lo spirito e con tutto ciò che appartiene ad un percorso di crescita, di sviluppo e di ricerca interiore.


La vera spiritualità.

Possiamo tranquillamente affermare che la spiritualità è un modalità di esistere, di essere nel mondo, che si distacca in maniera netta dalla materialità, per tendere verso un livello più profondo dell’esistenza, nel tentativo di armonizzare l’intero sistema dell’essere umano composto da mente, anima e corpo. Di spiritualità abbiamo già parlato in occasione dell’invito alla lettura del bellissimo testo di Pierre Hadot: Esercizi spirituali e filosofia antica. In quella circostanza abbiamo sottolineato come questo termine, soprattutto per Hadot, non avesse nessuna accezione di carattere religioso.


La spiritualità infatti va oltre la religione. Quest’ultima offre un sistema di guida spirituale sicuramente valido per molti, ma nella religione si tende ad essere guidati da soggetti esterni e a dover rispettare tutta una serie di regole e precetti. La vera spiritualità è perlopiù vissuta come un’esperienza personale ed interiore, senza l’ausilio di regole scritte, senza aver la necessità di sottostare a precetti più o meno rigidi, senza dover sempre far riferimento a norme, formule, dettami e a tutta una serie di disposizioni e consuetudini ferree e soprattutto senza il bisogno di professare nessun tipo di dogma.


La realizzazione di sè e la salvezza interiore

Tuttavia la spiritualità non è utile a scoprire chi siamo. Su questo vorrei soffermarmi.


La spiritualità è utile, direi fondamentale, per darci una direzione e per mantenerci stabili all’interno delle diverse crisi che nel corso della nostra vita inevitabilmente affrontiamo. La spiritualità però non è utile quando dobbiamo capire chi siamo, perché in questo caso si crea un’aspettativa. Se abbiamo dei concetti spirituali produciamo un’idea di come dovremmo scoprirci. È opportuno lasciare andare le immagini. Chi siamo noi non è un immagine. È prassi comune confondere se stessi con ciò che si pensa di essere o si percepisce. C’è una differenza notevole tra ciò che stiamo sperimentando e sentendo e il soggetto che effettivamente lo sta sentendo. L’attenzione va focalizzata su chi sta sentendo, dunque il soggetto che sente. Io sono colui che sta provando quell’emozione. Non sono quell’emozione.


Diciamo che si fatica decisamente a conoscere se stessi. L’attenzione deve essere rivolta a chi sta sentendo, non a cosa sta sentendo. La confusione purtroppo è dietro l’angolo. Devo scoprire chi sono io, non che cosa sto sentendo. Una volta che porto l’attenzione solo a chi sono io, porto necessariamente l’attenzione verso una percezione di me stesso. Sento di essere qualcuno. C’è un io. Posso avvertirlo. Il senso di me devo viverlo direttamente per annullare la separazione da me stesso. Non solo devo cercare e guardare ma devo fare un tutt’uno con me stesso e questo si può tradurre in diverse esperienze come quella di attuare una spinta interiore per essere un’unica cosa e aprirsi così alla vastità. Mi concedo finalmente di scoprire cosa sono per giungere all’unità, ossia alla percezione della mia unità. 

Non devo percepirmi come separato ma come unità.


Riepilogando dunque è necessario non confondere il contenuto, cioè l’oggetto, con il soggetto. Un’emozione è un oggetto all’interno della mia coscienza. Il soggetto è colui che sente quell’emozione. In secondo luogo devo cercare di descrivere ciò che trovo e ciò che sto cercando. Devo perciò descrivere questa mia presenza. Infine è basilare vivermi direttamente. Annullare qualsiasi distanza che intercorre tra me e me. L’obiettivo è quello di diventare un tutt’uno.


Se resto nel contenuto la risposta appaga l’ego. Io sono triste per esempio. Oppure ho paura. Chi sente la tristezza o la paura? Sono io che sento la tristezza o la paura. Ma sono nel contenuto o sono nel soggetto che sente il contenuto? La risposta: sono io che sento la tristezza o la paura, ha appagato l’idea della ricerca. Lo so che la tristezza e la paura sono delle emozioni ma non sto facendo nulla per uscire. Ho perso l’abilità di dirigere la mia energia vitale. Devo risvegliare la capacità di dirigere la mia attenzione a me stesso.


La motivazione è ciò che è più vicino a noi. La motivazione è e deve essere scoprire chi sono. Torniamo a questa scelta. Dopo di che quando faccio l’intento di scoprire chi sono allora mi è chiaro cosa sto cercando. Non è ancora chiaro chi sono, ma l’intenzione è in mano a un soggetto che ha finalmente chiaro cosa vuole.


Molte cose si chiariscono, chiarendo la propria intenzione di base che è la decisione che ci ha portato a questo livello introspettivo. Devo creare un dato stabile così tutto il resto comincia a prendere ordine. Realizzare chi siamo è un dato decisamente stabile e universalmente applicabile in qualsiasi situazione. Tornare a se stessi crea ordine in tutto il resto.


Ma è complicato e dispendioso realizzare il proprio essere. C’è sempre la necessità negli individui di cercare qualcuno che riesca a riempire questo vuoto interiore: un maestro, una figura religiosa, un genitore, un figlio, un oggetto. Qualcosa che riempie e che sostituisce la nostra disabilità nel realizzare chi siamo. Se le nostre intenzioni incontrano ostacoli ed esperienze dolorose allora si ritirano lentamente fino ad assopirsi del tutto. Per questo si spera sempre che ci sia qualcuno o qualcosa che dall’esterno venga a salvarci.


Deleghiamo le nostre vite a entità esterne che eleviamo a nostri custodi e riteniamo degne di qualsiasi venerazione nella speranza che siano esse a salvarci in quanto noi non riusciamo a ritenerci adeguati a questo compito. Ma non è così. Chi continua ad aspettare che qualcuno venga a salvarlo è destinato a morire aspettando, come nell’opera teatrale “Aspettando Godot” di Beckett, perché nessuno verrà a salvare nessuno. Credo che ormai i tempi per fantasticare in questo modo siano passati. Gli esseri umani devono assumersi la responsabilità di guidare loro stessi le proprie esistenze. L’aiuto non è esterno ma arriva in un altro modo. Insegnare a se stessi ad aiutare se stessi. Questo è l’aiuto. Le persone che ci aiutano davvero ci insegnano ad aiutare noi stessi.     


Conoscere se stessi.


Se si vuole cambiare la propria vita è fondamentale dedicare del tempo alla conoscenza di se stessi. Conoscere se stessi ed i propri strumenti interiori è il passo decisivo verso il reale cambiamento. Solo allora saremo pronti a fare il vero salto spirituale: quello che non ha bisogno di intermediari, di religioni, di dogmi, di regole, precetti, comandamenti. Ma per farlo dobbiamo prima conoscerci, scoprirci, capire esattamente qual è la nostra vera essenza. Chi siamo e perché siamo qui, adesso.


Inoltre l’accettazione del fatto che nessun elemento esterno può giungerci a salvarci è l’inizio dell’applicazione allo studio di sé. Mi cerco io gli strumenti, seleziono io le pratiche e le conoscenze per imparare ad applicare ciò che ho dentro di me, la mia vera natura. Essa è applicabile. È un’etica che posso utilizzare. Ho in mano la mia vita. Per ambire al livello più alto di spiritualità devo prima conoscermi. La consapevolezza di chi siamo diventa il contenitore di un’esperienza magnifica. L’inizio di una nuova cognizione molto più elevata e profonda, che può unirci al tutto. Solo allora la percezione della dimensione spirituale sarà colta in tutta la sua portata e avrà bisogno solamente di noi stessi per poter essere degnamente espressa.


Il Vangelo di Giovanni. 

Analisi e interpretazioni del più grande testo filosofico del Nuovo Testamento

Il Vangelo di Giovanni è sicuramente il testo più importante di tutto il Nuovo Testamento e a parer mio uno dei principali testi dell’intera Bibbia. Scritto in greco, composto da ventuno capitoli, racconta come gli altri vangeli sinottici il ministero di Gesù, ma approfondisce in maniera importante la vera identità del Cristo. Con un sostrato filosofico di incredibile portata e un richiamo gnostico ancora vivo, il libro se letto in maniera autonoma e con cuore aperto, non smette di stupire e di porre affascinanti quesiti sulla figura di Gesù e sul reale scopo del suo insegnamento.


Nello studio e nell’analisi del Vangelo di Giovanni ho seguito un approccio storico-filosofico. Inizialmente ho scelto di affrontare alcune questioni preliminari, senza le quali è impossibile calarsi adeguatamente nell’opera, dopodiché ho deciso di proporre quelle che sono state le più grandi interpretazioni che filosofi e teologi antichi e medievali hanno dato del Vangelo di Giovanni, infine ho tentato di esporre alcune linee interpretative squisitamente personali che ho maturato dopo un’attenta rilettura e riflessione, proprio alla luce dell’analisi storica e filosofica che ho portato avanti. Questa tecnica seppur molto dispendiosa, mi ha offerto una chiave di lettura molto più ampia e suggestiva. Il testo si è aperto, consentendomi di guardarlo da angolature diverse e di trovare al suo interno elementi di elevatissimo contenuto spirituale e filosofico che a prima vista mi erano sfuggiti o che sembravano superficiali.


Per presentare quest’opera ho scelto il testo editto da Garzanti, a cura di Marco Vannini, grande esperto di mistica cristiana. Questa edizione che si rifà alla traduzione del Novum Testamentum graece et latine, edito decima, a cura di A. Merk S.I. Istituto Biblico, Roma 1984,  è totalmente svincolata da qualsiasi istituzione religiosa che ne poteva determinare inevitabilmente l’indirizzo e condizionarne irrimediabilmente il significato. Il merito di Marco Vannini è quello di aver adottato una prospettiva d’analisi molto rigorosa, utilizzando un metodo ispirato a criteri di correttezza filologica e storica, cercando inoltre di evidenziare tutta la problematica interna alla genesi dell’opera e preoccupandosi di offrirne una lettura profonda e di spessore in aperto contrasto con le analisi troppo superficiali, poco originali e con scarso acume critico che troviamo ovunque.


Alcune questioni preliminari

Nell’affrontare questo testo occorre fare un’attenta analisi su alcune questioni preliminari che sono importantissime per poi avvicinarsi al suo contenuto in modo genuino e costruttivo. Le questioni riguardano i seguenti aspetti:


Autore

Periodo della composizione

L’opera di stesura

Gli elementi essenziali

Il legame con lo gnosticismo e la conoscenza di se stessi

La dottrina e l’insegnamento

I capitoli aggiunti in un secondo momento

Senza un’attenta paronimica su questi aspetti, che in questa sede non può che essere rapida e concisa, è molto complicato riuscire a cogliere la profondità di quest’opera che ha, ripeto, per spessore filosofico e spirituale davvero pochi eguali in tutte le sacre scritture.


Nel Nuovo Testamento a Giovanni figlio di Zebedeo, discepolo di Giovanni Battista, sono attribuiti il quarto vangelo, tre lettere e l’Apocalisse. Su quest’ultima oramai la critica è pressoché unanime nel considerarla un’opera di uno scrittore diverso. Per ciò che attiene il quarto vangelo l’ipotesi più accreditata è che sia riconducibile ad un gruppo di redattori che facevano riferimento a lui, quindi non è frutto del lavoro di un solo autore. Come luogo di composizione del testo è quasi scontato che sia stato redatto a Efeso, luogo dove Giovanni è verosimilmente deceduto. Di Efeso era originario il filosofo Eraclito (535 a.C. ca – 475 a. C. ca). Questo dettaglio che può sembrare una semplice coincidenza rappresenterà un elemento di inaudita importanza.


Per ciò che concerne la datazione, l’opera va collocata in un arco di tempo che va dal 75 al 110 e con molta probabilità dal 90 al 100. La redazione finale del testo sembrerebbe essere stata portata definitivamente a termine intorno al 100 circa.


In riferimento al lavoro redazionale, come abbiamo già accennato, la linea critica che lo riconduce interamente a Giovanni è minoritaria ed è stata quasi del tutto superata da una concezione, che ormai ha preso piede, secondo la quale il lavoro di stesura, compilazione, ripulitura del testo sia frutto dell’operato di più redattori a noi ignoti. Questa ipotesi è avvalorata da almeno tre elementi. Il primo riguarda le numerose incoerenze presenti nel racconto evangelico con diversi salti cronologici e geografici. Il secondo si riferisce alle numerose ripetizioni nei discorsi e al fatto che alcuni passi sembrano estranei al loro contesto. Il terzo è un elemento di carattere linguistico inerente il fatto che sono presenti notevoli differenze dell’uso della lingua greca per lessico e per sintassi. Si pensi al Prologo che ha una tonalità poetica impressionante, totalmente assente nel resto del vangelo[1].


Un altro elemento fondamentale riguarda le tre diverse fonti dalle quali il vangelo attinge, o meglio quelle che risultano aver “contaminato” più di tutte il vangelo: la prima è la cosiddetta fonte dei segni, ovvero il racconto tradizionale in greco, la seconda è di carattere squisitamente teologico ed è quella relativa ai discorsi scritti in aramaico dallo stile poetico, componente essenziale questa per il Prologo. La terza e ultima fonte è quella che riguarda il racconto della Passione e della risurrezione, riconducibile in parte ai tre vangeli sinottici e in parte a un lavoro autonomo dei redattori.


Per quanto riguarda gli elementi caratterizzanti il Vangelo di Giovanni, questi possono essere ricondotti ai seguenti: è presente una marcata componente escatologica che riguarda la promessa messianica; “l’ora è giunta ed è questa” dirà Gesù alla samaritana. Questo vangelo è scritto soprattutto a lettori non  cristiani. È l’unico dei quattro vangeli inseriti nel canone biblico ad avere punti di contatto con la religiosità espressa nel Mediterraneo orientale, coacervo di diverse culture filosofiche tra cui quella platonica e stoica di cui sono evidenti gli echi. È il solo dei vangeli ad avere punti di contatto con gli scritti del Corpus Hermeticum, attribuiti ad Ermete Trismegisto. Soltanto questo tra i vangeli del Nuovo Testamento presenta una marcata vicinanza col pensiero del filosofo ebreo Filone. Infine sono presenti i principali concetti della filosofia greca antica: archè e logos.


Quest’ultimo aspetto merita un’approfondimento. Il primo termine viene comunemente tradotto con “principio”, il secondo presenta un’impressionante ventaglio polisemico che va da “Ragione” a “Parola”, passando per pensiero, discorso, calcolo, causa, sentenza, definizione, ragionamento ecc. Emblematico a tal riguardo il celeberrimo incipit del Prologo: “In Principio era il Logos, e il Logos era presso Dio, e il Logos era Dio. Questo era in principio presso Dio”. Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, (En archè en o lògos).In pratica in mezza frase abbiamo i due concetti principali dell’intera filosofica greca antica. Questo passaggio è cruciale perché da qui si capisce non solo il livello filosofico del testo (parliamo infatti di un componimento squisitamente filosofico), ma anche dell’incredibile legame che c’è tra la tradizione classica e questo vangelo.


Un capitolo a parte meriterebbe il rapporto tra il Vangelo di Giovanni e lo gnosticismo. Per ovvie ragioni non posso approfondire in questa sede questo decisivo aspetto. Mi limito solo a sottolineare come il Vangelo di Giovanni sia molto più vicino ai due principali Vangeli gnostici e apocrifi: il Vangelo di Tommaso e il Vangelo di Filippo, che non agli altri tre vangeli sinottici. Molte affermazioni presenti nel Vangelo di Tommaso che contengono un pensiero di elevatissimo livello spirituale, di stampo assolutamente gnostico, hanno un’impressionante corrispondenza, quasi letterale, col Vangelo di Giovanni. Mi limito a dire solo che sia per Tommaso che per Giovanni ciò che salva è la conoscenza e questo è un concetto esclusivamente gnostico.


La gnoseologia, branca della filosofia che studia la natura della conoscenza è un termine che deriva proprio dal greco gnòsis: conoscere. Punto di partenza a dire il vero è la conoscenza di se stessi e sappiamo bene come il conosci te stesso sia una delle più importanti massime socratiche.


Qui c’è un passo decisivo che le religioni, nessuna esclusa, preferiscono che non emerga. Nei Vangeli di Giovanni, Tommaso e Filippo la conoscenza salvifica non è quella delle realtà supramondane descritte in toni fantasiosi, ma consiste esclusivamente solo nella conoscenza di se stessi. Incredibile la perfetta corrispondenza escatologica che in Giovanni, come rimarcato, è totalmente inserita nel qui e ora, dunque nel presente, di cui troviamo una perfetta corrispondenza nel Vangelo di Tommaso: “Un discepolo gli disse: “in quale giorno i morti troveranno pace e in quale giorno verrà il nuovo mondo? “Lui rispose: Ciò che voi attendete è già avvenuto ma voi non ve ne siete accorti”.


Di importanza centrale è la questione relativa alla dottrina. Premesso che normalmente si tende a suddividere il vangelo in tre parti: il Prologo, il libro dei segni e il racconto della Passione, vorrei esaminare rapidamente solo alcuni aspetti a mio avviso molto importanti. Del Prologo abbiamo in parte già parlato. L’aspetto che mi preme evidenziare riguarda la seconda parte. È opportuno infatti mettere in risalto come Giovanni chiami segni, semeia, quello che gli altri evangelisti sinottici definiscono prodigi, térata. Non c’è dunque nel Vangelo di Giovanni il miracolo come testimonianza di potenza ma c’è il segno, un fatto sensibile che rimanda a qualcosa di spirituale. Sulla Passione infine si è detto e scritto tanto.


Mi limito solo a far emergere un aspetto sul quale quasi mai si ha l’accortezza di soffermarsi. In Giovanni ad un’attenta lettura la crocifissione va intesa come innalzamento, innalzamento che non è fisico bensì spirituale. Elevarsi a psiche, a spirito. Un passaggio doloroso e lacerante ma che conduce inevitabilmente ad una rinascita. Non c’è rinascita se non si attraversa lo strazio assoluto. Nella Passione l’essenziale non è la sofferenza fisica, quanto la comprensione e l’accettazione di tutto ciò che accade, nel dolore più grande. Una totale immersione nel negativo. Nel dolore, nell’angoscia, nel patimento e nel travaglio del negativo, che rimanda ad una possibile lettura hegeliana, è qui che Gesù vive l’apice dell’antitesi. Dalla confusione e dallo smembramento atroce del psichismo, emerge nella sintesi la piena manifestazione dello spirito.


Come detto, Gesù rappresenta in tutto il Vangelo una verità inequivocabile; questa verità  è qui e ora. Questo è evidentissimo in più passaggi. Ma purtroppo uno degli aspetti più belli e spiritualmente più significativi dell’intero testo, appare blasfemo alla religione dogmatica che non può in nessun modo accettare una rappresentazione del divino se non come alterità.


Sembra però, che più che una vita nell’aldilà, il riferimento sia decisamente ad una vita nel qui e ora, nell’éschaton che si realizza pienamente nell’attimo, perché l’Uno quando si realizza non è più nel molteplice ma nell’eterno e fuoriesce da ogni dimensione temporale. Senza questo Vangelo che afferma la divinità di Gesù in modo esemplare e preciso sia nel Prologo, col riferimento al logos che nell’episodio di Tommaso che chiama Gesù “mio Signore e mio Dio” (20,28), ebbene senza questo vangelo Gesù sarebbe stato solo un profeta, e come ricorda Marco Vannini nella prefazione, il cristianesimo si sarebbe ridotto ad una debole variante dell’ebraismo.


In parte è condivisibile l’idea che il Vangelo di Giovanni sia l’erede legittimo del platonismo anche perché in esso troviamo sintetizzato effettivamente il pensiero platonico ma a dire il vero anche quello stoico ed eracliteo. È altrettanto vero che il testo come lo troviamo oggi risente di una sistemazione e ripulitura che lo ha profondamente snaturato. Ciononostante tracce di elementi gnostici fondanti del primo cristianesimo, quello autentico, resistono ed emergono tra le righe in modo significativo.

DALLE POESIE SULLA SABBIA ANNO 2020 .
Foglie vizze .

Nei suoi dubbi di malinconia la baciai
per renderla felice la feci anima ...
lei la donna della spiaggia l'icona unica ,
ombrava la sua ombra col suo corpo statuario .

Da gli alberi già cadevano le foglie vizze
terminava così l'estate la sua fugace empirica ,
con esse il vento ormeggiava barche alla riva
lì i gabbiani predavano i piccoli pesciolini .

Romantico l'orizzonte non smetteva

di colorare il cielo
tu eri in disparte e ti affacciavi al suo fascino ,
le foglie vizze volavano nel sole

negli effluvi del mare
era vicino l'autunno gli arcobaleni i mille ricordi .

E sarà la rivincita del prossimo anno

a confermarti stella
la dea cosmica del tempo amico ,il pianeta amore ...
verrà il cavaliere bianco a vestirti

col suo mantello nero ,
sarà il solo che ti darà l'amore .

Giovanni Maffeo Poetanarratore .

L’ultima questione preliminare che intendo affrontare riguarda il ventunesimo capitolo. Ormai è evidente e indiscutibile che nella stesura del testo siano intervenute più mani. Tuttavia mentre per alcuni studiosi è possibile che i capitoli undici e dodici siano stati aggiunti in seguito, è quasi certo che lo furono il capitolo quindici e il capitolo diciasette. Sul capitolo ventuno invece praticamente non c’è ombra di dubbio. Alla fine del capitolo venti si legge: “In realtà Gesù fece in presenza dei suoi discepoli moti altri segni, che non sono scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perchè crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e credendo, abbiate la vita nel suo nome” (20,30-31). Molti studiosi autorevoli ritengono che 20,30-31 sia la conclusione del vangelo. Sul fatto che questa appendice del ventunesimo capitolo fu inserita in un secondo momento non c’è dubbio. Resta il dilemma riguardo all’autore. Alcuni sostengono si tratti di una figura o più figure che ruotavano attorno a Giovanni, altri invece ritengono che la mano sia di uno scrittore che non ebbe contatti diretti con Giovanni ma che rientrasse invece nella cerchia dei sistematori ecclesiastici del II secolo che avevano il compito di ripulire il testo.


Questo studio preliminare, propedeutico per affrontare adeguatamente il testo, necessita di un ulteriore elemento: l’analisi delle più grandi interpretazioni che nel corso della storia sono state fatte del quarto vangelo.


Le quattro grandi interpretazioni del Vangelo di Giovanni .

Dopo le questioni preliminari che ho affrontato, vorrei adesso sinteticamente illustrare alcuni  autorevoli commentatori che hanno dato vita alle interpretazioni più interessanti che sono state fatte nel corso della storia sul quarto vangelo. Sono quelle di:


Eracleone ,Origene , Agostino d’Ippona , Meister Eckhart.


Osho – Essere se stessi. La percezione della Verità e la volontà di trascendere

Essere se stessi è una raccolta pubblicata dalla casa editrice De Vecchi, frutto della trascrizione di alcuni dei discorsi spontanei di Osho, tenuti di fronte a un pubblico di uditori. In questa raccolta composta da sei densissimi capitoli, ognuno dei quali racchiude una tematica che per importanza e profondità potrebbe rimandare ad altrettante opere e trattazioni, Osho, con uno stile visionario, puro e intimo, conduce il lettore al mistero della vita e della sua intrinseca contraddittorietà, interpretando il mistico Kabir e riflettendo attorno ad argomenti religiosi e spirituali.


Quello di Osho è un invito a vivere intensamente l’esperienza della vita, al di fuori da schemi, costrizioni, dogmi e orientamenti, ed esercitare la consapevolezza applicandola a tutti gli aspetti della vita quotidiana. Un’arte della meditazione che si avvale di tecniche ideate dallo stesso Maestro e che attraverso un’attenta analisi ci offre la via per la trasformazione e la piena realizzazione di se stessi, nonché tutti gli elementi necessari per la ricerca della propria personale verità.  


Osho, maestro di Realtà.

Osho è un maestro di Realtà, come pochi ce ne sono stati nel corso degli ultimi secoli. Colpisce nel sito italiano a lui dedicato, osho.it, la frase di apertura che accoglie il visitatore della pagina. “OSHO. Mai nato, mai morto, ha solo visitato questo pianeta Terra dall’undici dicembre 1931 al 19 gennaio 1990”. Non poteva esserci frase migliore per presentare questa straordinaria figura di mistico che ha dedicato la sua intera esistenza al risveglio e alla consapevolezza, sgretolando tutta una serie di stereotipi e convenzioni (come il valore e la concezione di nascita e morte per esempio) tipici dell’Occidente.


Molti non sanno che Osho è stato professore di filosofia per alcuni anni. Aveva già vissuto l’esperienza mistica dell’illuminazione e grazie alla filosofia riuscì a comprenderla e a sistematizzarla. Dopo di che però si liberò di qualunque impegno legato all’insegnamento; abbandonò la carriera accademica e decise di girare il mondo come maestro spirituale. Le sue posizioni anticonformiste suscitarono evidenti reazioni. Un’anima così evoluta non poteva che generare non poche controversie. Libero da qualsiasi appartenenza non solo di tipo religiosa, culturale, politica ma anche etnica, egli si dedicò a ricondurre gli esseri umani alla piena responsabilità di se stessi, nonché al vero destino a cui tutti siamo chiamati, in quanto specie che si pone come il punto culminante dove l’universo prende coscienza di sé.


Ideatore di tecniche e metodi di meditazione unici nel loro genere, accolti con fervore da coloro che decidono di prendere coscienza di sé per davvero, ha avviato una rivoluzione senza precedenti, respingendo qualsiasi tipo di credenza altrui e costruendo un’incredibile riflessione interiore, che proiettata verso una ricerca folle delle verità, lo ha prima portato all’illuminazione poi al desiderio di condivisione di essere parte del Tutto.


Nei suoi discorsi affrontò con incredibile precisione e coerenza ogni aspetto dell’animo umano, esprimendo sempre la sua volontà di restare fuori da qualsiasi tradizione e di non voler essere associato a nessun dogma. Il suo messaggio non è una dottrina, né una filosofia, ma rappresenta una conoscenza della trasformazione incentrata sulla qualità fondamentale dell’amore dal quale tutto dipende e a cui tutto si riconduce. Osho stesso disse che dopo l’illuminazione non esiste nessuna biografia. Tutto è silenzio perché tutto è eternità.


In Essere se stessi Osho affronta grandi tematiche: il trascendere, il Tutto, la verità, la libertà. L’elemento centrale di questa mia riflessione sul testo è tuttavia teso a mettere in evidenza l’aspetto filosofico della critica avanzata da Osho nei confronti della religione, sull’interpretazione di Kabir, ma non solo, e di conseguenza anche sulla rilettura del concetto di religiosità. Un tema questo evidentemente molto importante per Osho, che si dispiegherà per diverse pagine, coinvolgendo in modo più o meno marcato i primi quattro capitoli. Da qui scaturisce una presa di posizione decisa, con delle notevoli implicazioni anche dal punto di vista della relazione dell’uomo col divino.


Essere se stessi. La percezione della verità e il senso del trascendere: oltre la religione, la tradizione e il rituale

Nella raccolta Essere se stessi Osho affronta il grande tema di come si diventa se stessi e di come quella che dovrebbe essere la cosa più facile del mondo, ossia essere ciò che si è, effettivamente non si presenta tale. Essere se stessi è naturale, ma la società non ci permette di farci assumere questo ruolo. Ci sono spinte esterne che destabilizzano l’essere umano da questo intento semplice e determinante. Spinte che conducono le persone ad essere false, ipocrite. Le persone vere, le persone reali, sono pericolose proprio perché sono ribelli. È sufficiente guardarsi attorno per capire quanto la stragrande maggioranza delle persone oggi siano non solo lontane dall’essere se stesse, ma lontane anche da qualsiasi forma di ribellione che le riconduca alla loro vera natura.


Come accennato, Kabir (1440-1518), poeta e mistico indiano, assume in quest’opera un ruolo importante. Interlocutore privilegiato di Osho, dispensa aforismi che frantumano ogni nostra concezione e parvenza di certezza. Nel corso delle pagine si dispiega una riflessione che raggiunge passaggi filosofici notevoli, con Kabir che annuncia e Osho che magistralmente interpreta il detto in questione, cogliendo sempre il cuore concettuale di quanto esternato.


“Kabir dice: io non sono un devoto, né un ateo  può voler dire che devi trascendere: così andresti al di là della religione e dell’irreligiosità. Le due cose sembrano simili invece esiste una differenza enorme. Quando Kabir dice io non sono un devoto, né un ateo sta affermando: io sono andato al di la della dualità”


In questo breve passaggio si può notare l’importanza tanto dell’enunciato quanto dell’interpretazione. Si tratta di un invito di fondamentale importanza perché racchiude un concetto filosofico potentissimo che è quello dell’Uno, dell’unità, del Tutto Uno. Il duale secondo i due maestri non esiste ed è frutto dei malsani insegnamenti che il genere umano ha avuto nel corso dei secoli.


Poi c’è l’invito al trascendere. Anche questo, senza dubbio, un grande insegnamento. Non è necessario che una persona religiosa, scrive Osho, debba stare in un tempio o in una chiesa. Ovunque si trovi è in un tempio. Né ha bisogno di pregare in maniera formale, seguendo un rituale, perché qualunque cosa farà, quella è la sua preghiera. Sia che faccia, sia che non faccia egli è in preghiera. In generale la religione porta a pensare in termini di ricompensa e di punizione ma dirà Osho:


“una vera persona di comprensione non pensa mai in termini di ricompensa e punizione; non pensa affatto in un ottica futura. La vita è quieora; conosce solo due cose: il qui e l’adesso… e non si tratta affatto di due entità, sono parte di un  unico fenomeno: il quieora. Vive qui e ora. Le persone che vivono nel futuro creano l’inferno e il paradiso: dall’avidità il paradiso, dalla paura l’inferno“


Ecco il senso del trascendere per Osho. Andare oltre queste costruzioni e credenze, dove non è necessario pregare ed essere devoti, costruire insensati simbolismi legati a premi e punizioni, tutte forme che generano sempre distinzione tra soggetto e oggetto, tra colui che conosce e le cose conosciute, tra colui che adora e l’entità adorata, tra dimensioni di ricompensa e altre di punizione. Qui si cela il duale, ma è nell’Assoluto trascendentale che ci si unisce in modo viscerale al Tutto.


L’invito ad andare oltre la dualità e al dualismo è complesso da recepire perché prevede che si scardini un portato di credenze che potrebbero gettare nell’abisso  coloro i quali decidano di avviarsi verso la consapevolezza. Certi luoghi comuni sono funzionali allo stare nel mondo, più o meno in sintonia con se stessi e con gli altri. Ma la Verità è tutta un’altra cosa. Esa appartiene al trascendente. Ci si deve attrezzare per trasformarsi. Cambiare paradigma, rinunciare ad una forma di pensiero ritenuta corretta e valida, uscire da uno schematismo linguistico e intellettivo di un certo tipo è sicuramente una prova non da poco. Insomma addentrarsi nel proprio essere non è inizialmente semplice.


Albe dorate‭ ‬.


C'è odore d'erba fresca al di là del fiume‭ 

emana olezzi buoni‭ ‬,stimola la voglia di amare‭ ‬,

sono essenze esotiche che smuovono gli appetiti‭ ;

di intimo si nutrono si strusciano libidinosi‭ ‬.


L'alba dorata mi appare maestosa‭ !

Si riflette sul tuo corpo nudo‭ ‬...

come una farfalla sei libera nell'aria‭ ‬,

nel sole c'è la leggerezza del tuo candore‭ ‬.


Ma tu sei ubriaca d'amore‭ !

Barcolli claudichi‭ ‬,‭ ‬inciampi nei sospiri‭ ‬,

misturi di colori l'anima mia‭ ‬...

ticchetti impulsi ai cuori assassini‭ ‬.


Ed è l'agonia del tempo a maturare i verdicci frutti‭ 

a trasmutare i trapassati spettri nei cassetti chiusi‭ ‬,

dalla terra estirpi le languide promesse‭ ;

le volubili parole di faville vaghe‭ ‬.


E riemergi dalla voragine dei sogni‭ 

con i piedi per terra le braccia stendi‭ ‬,

affili i tuoi artigli del sublime assunto‭ 

per svelarti poi nei rossori dell'amore‭ ‬.


Ma tu,‭ ‬tu,‭ ‬sei voglia e diventi la fonte ansiosa‭ 

sei vertigine di attimi leggiadri e saette di fuoco‭ ‬,

il grembo di vita‭ ‬,‭ ‬il bacio che rigogli le verdi chiome‭ ;

diventi scaglia di marmo‭ ‬:l'arma letale il cuore mio frantumi‭ ‬.


Giovanni Maffeo‭ ‬-‭ ‬Poetanarratore‭ ‬.


Per Osho la vera religione non è nel rituale né nei testi sacri. Scriverà che l’unica scrittura è riconducibile a un Maestro vivente. La religione non esiste all’interno della tradizione, non esiste all’interno del rituale e non è racchiusa nella scrittura. Essa si dispiega solo se si è in comunione con un Maestro vivente e quando qualcosa nasce all’interno dell’animo umano, 

ecco quello è vero. Per Osho dunque la vera religione è entrare in sintonia col Tutto, innamorasi del Tutto e fondersi in un’assoluta comunione col Tutto.


Da questa concezione è evidente che la vera religione non può che essere individuale. Lungi da essere un fenomeno sociale, va ricercata in prima persona. È chiaro che la religione come comunemente la si intende ha esclusivamente una valenza e un’importanza sociale, di coesione sociale e di cementificazione dei rapporti nella collettività. Ma Osho parla di vera religione qui, ponendo sempre l’accento sul concetto della verità che si svincola da categorizzazioni e inquadramenti di ogni genere.


La Verità, ribadisce, è una questione privata ed è impossibile, alla luce di quanto emerso nel testo, non riallacciarsi al pensiero socratico. Socrate col suo “conosci te stesso” invitava proprio a perseguire la strada della conoscenza per liberare in senso maieutico la propria verità, unica ed esclusiva, come unico ed esclusivo è ogni individuo. È evidente che la verità preconfezionata dalla religione, qualunque essa sia (l’istituzione religiosa e la verità che intende far apprendere al fedele), non ha niente a che vedere con la Verità assoluta. La verità non può essere insegnata come fa la religione, ma può essere solo percepita. Questo nuovo senso di religiosità, sempre sugli inviti lapidari e contemplativi di Kabir, si sussegue in maniera sublime. Le pagine scorrono senza che ci si renda conto. Osho si rivolge al lettore con un posarsi sull’anima.


Per quanto riguarda Dio, per Osho non è così irraggiungibile e non c’è bisogno di nessuno che ci guidi e che ci conduca da lui:


“Di fatto non è necessario alcun medium: Dio è alla tua portata, è sufficiente che tu lo affermi. Non è necessario alcun intermediario. Dio è accessibile immediatamente“


Il richiamo è all’affermazione del divino dentro di sé in modo autonomo e involontario. Il rapporto con Dio è un rapporto diretto, senza intermediari, negoziatori o intercessori. L’invito a riallacciare un rapporto diretto col divino, una volta che esso si dispiega nell’animo umano, viene ribadito più volte. I mediatori sono inutili e sono scarsamente interessati al fedele. La relazione con Dio non necessita di nessuno che si interponga e che faccia da tramite.


Dio è il Tutto, inizia a fluire verso l’uomo spontaneamente senza l’intercessione di nessun ente terzo, perché non esiste solo all’esterno. Secondo Osho se esistesse all’esterno l’uomo allora avrebbe bisogno di qualcuno capace di condurlo al suo cospetto ma il Maestro ha già sottolineato come nella logica del Tutto e dell’Unità la distinzione tra dimensione interiore e dimensione esteriore è falsa. Nel momento in cui l’essere umano riconosce che un singolo raggio divino lo sta penetrando, allora arriverà a comprendere tutto ciò che c’è da conoscere.


“Se percepisci ciò che è all’interno allora comprendi la sfera esteriore. E ciò che è conosciuto all’esterno, viene compreso anche in ciò che c’è all’interno“


Osho sta invitando il lettore a decondizionarsi. Un passaggio nevralgico nella propria evoluzione interiore. Decondizionarsi significa lasciar cadere ogni cultura, qualsiasi civiltà, la religione, le sette, le teologie, le filosofie, per essere semplicemente semplice, nuovamente bambino. Il cristiano, se abbandona il suo essere cristiano può trovare di nuovo amore per il Cristo fino a giungere al paradosso che le persone realmente religiose sono quelle del tutto prive di religione.


“Come i fiumi scorrono, senza sapere dove stanno andando, e tuttavia raggiungono l’oceano; ognuno di noi troverà la sua via verso Dio, se non è stato ostacolato dai preti e non viene impedito dalle religioni”


Osho è diretto. Va al cuore della questione. I preti (da intendere in senso ampio come qualsiasi funzionario religioso che riveste una carica precisa) sono un ostacolo, e le religioni istituzionalizzate con i loro ferrei dogmatismi rappresentano una forma di impedimento. Ostacolo e impedimento verso la dispiegazione della vera spiritualità individuale che carattarezza l’intima essenza e la parte più profonda di ogni essere umano. Senza questi ostacoli ed impedimenti istituzionali, allora ci si potrà veramente avviare verso una nuova forma di religiosità e di spiritualità. Per fare questo occorre tanta volontà, forza d’animo, esercizio continuo, desiderio di cambiare e di evolvere, perseveranza, elevata capacità introspettiva e di riflessione su se stessi e sul proprio pensiero, e tanto altro ancora. Tutti però possono arrivare a questo. Ognuno dentro di sé sa benissimo quando giunge il momento di assumere il pieno controllo della propria esistenza terrena.


La discriminante tra la religiosità originale invocata da Osho e il dogmatismo religioso che imperversa ovunque, soprattutto in Occidente, è da questi ben tracciato. Il livello argomentativo col quale egli contrappone alla religione istituzionale una religiosità soggettiva, pura, intima e direttamente legata al divino, meriterebbe approfondimenti ulteriori, ma ritengo che ogni lettore sia in grado, anche grazie a questi pochi accenni di accostarsi alle stimolanti riflessioni presenti nel testo in maniera adeguata. Gli elementi proposti sono pensieri che ho ritenuto essere centrali in questa raccolta e ho deciso di evidenziarli perchè credo rappresentino un ottimo avvio alla lettura.


L’invito è quello di percorrere per intero questa preziosa opera o qualsiasi altro scritto di Osho. Se si vuole restare su questa tematica consiglio la raccolta Ricominciare da sé, mentre sul tema dell’amore l’invito è quello di dirigersi sul testo Amore e libertà. Altri due eccellenti viaggi per penetrare sempre più a fondo il proprio essere.


Il taccagno cognitivo. La crisi del “pensare” nell’epoca dell’isteria collettiva

La comunicazione politica talvolta tende ad accentuare lo stato di ansia e sovente anche quello di paura del destinatario del messaggio comunicativo. Questi stati però accrescono la sua attenzione. Ecco che allora ci sono le condizioni affinché il destinatario si focalizzi meglio sul messaggio che viene veicolato. In questo sostrato di ansia e paura evocare alcuni termini ha un effetto molto più efficace nei confronti del ricevente che non è riuscito a scrollarsi di dosso la condizione ansiogena. Richiamare termini come “crisi”, “emergenza”, “pericolo”, “morte”, “malattia”, “contagio” ecc. in un contesto di paura e ansia e con un livello alto di attenzione, generato proprio da questa condizione emotiva, fa si che questi concetti attecchiscano nelle persone in maniera decisamente più efficace sia a livello conscio che a livello subconscio. Una delle risposte più comuni che ne conseguono, una risposta chiaramente irrazionale, è l’isteria collettiva. A questo punto possiamo analizzare meglio la figura che Popkin teorizza nel modello del taccagno cognitivo.


Gli individui davanti ad uno stato di ansia (non solo quando c’è uno stato di ansia, ma soprattutto quando ci si trova in questa condizione), tendono a selezionare le informazioni in base alle proprie convinzioni e abitudini. In pratica questi soggetti cercano, leggono, ascoltano con più impegno e dedizione del solito, ciò che conferma la propria opinione. Pertanto costoro non presteranno minimamente attenzione a tutto ciò che mette in crisi le proprie convinzioni. Tuttavia il taccagno cognitivo non si limita solo a questo. Egli anche se c’è una dimostrazione concreta e inoppugnabile che contraddice ciò che credeva essere vero, pur di non smentire se stesso, è capace di mantenere le stesse errate convinzioni comunque. Un esempio sarà utile a comprendere meglio.


La manipolazione dell’informazione nell’amministrazione Bush Jr. Il caso Iraq

Possiamo citare a tal proposito un episodio legato all’amministrazione americana di George Bush Jr. Si tratta di una vicenda politica importante che ci permette di capire bene sia il meccanismo della comunicazione politica e dei media che il comportamento dei cittadini. Poco prima della guerra condotta dagli Stati Uniti nei confronti dell’Iraq, l’amministrazione Bush doveva costruire un  frame, ossia una cornice valoriale che aveva l’obiettivo di raccogliere delle qualità attorno alle quali costruire una precisa scelta politica, in questo caso di politica estera. Il frame nella fattispecie coincide con la difesa della nazione e quindi con una retorica patriottica.


Concedetemi una piccola divagazione, funzionale però al discorso. Gli Stati Uniti sono una nazione che nasce per una volontà patriottica condivisa. Soffre il dramma della guerra civile ma  poi si consolida attorno ad un incredibile ideale patriottico. Purtroppo in base a questo principio, puntualmente sottolineato in svariati contesti, si finisce per giustificare anche infrazioni a norme di civiltà e rispetto dei basilari principi umanitari. Insomma la retorica patriottica diventa un elemento giustificativo di qualsiasi operazione sia di estrema difesa che di estremo attacco. È come se gli Stati Uniti vivessero una forma inconscia di sudditanza a quei valori patriottici che sono le fondamenta stesse del sistema politico di questa nazione.


Dicevamo sicurezza e difesa nazionale come cavalli di battaglia, ideale patriottico rimarcato e uno stato di emergenza che accentua la tensione. Questi erano i presupposti. Non c’è un nemico però. È necessario visualizzarne uno. Si crea a questo punto una percezione errata. La percezione del nemico esiste, ma deve essere assolutamente manipolata. L’amministrazione Bush costruisce una comunicazione politica esplicitamente basata sulla disinformazione con una costruzione mistificata della realtà. Come sappiamo l’antefatto è l’11 settembre con “l’attacco” alle torri gemelle da parte di Al Qaeda, gruppo terroristico geopoliticamente collocato in Afghanistan, ricondotto debitamente dall’amministrazione americana all’Iraq di Saddam Hussein, colpevole oltre che di stringere legami con Al Qaeda, anche di mettere a punto un piano per la fabbricazione di armi di distruzione di massa. La ricaduta dal punto di vista comunicativo, sulla base del frame di cui abbiamo parlato poc’anzi genera due assunti: il primo è che l’Iraq possiede armi di distruzione di massa; il secondo è che ha legami con il gruppo terroristico di Al Qaeda che ha colpito gli Stati Uniti e messo a rischio la loro sicurezza nazionale.


Questi due aspetti col tempo si riveleranno privi di fondamento, ma, e questo è un passo cruciale, nel momento in cui vengono illustrati all’opinione pubblica, guadagnano immediatamente tantissimi consensi.


Qualche tempo dopo, a guerra conclusa, una volta che viene appurato e ampiamente dimostrato che l’Iraq di Saddam Hussein non era in possesso di nessuna arma di distruzione di massa, la maggioranza dei cittadini che avevano dato il loro consenso alla politica estera di Bush, glielo nega immediatamente e la credibilità dell’amministrazione americana crolla. Fin qui niente di eclatante, anzi possiamo tranquillamente asserire che questo rientra nella normali questioni che alimentano il dibattito pubblico all’interno di un paese democratico. È la logica conseguenza di un frame che proposto in maniera massiccia, produce un consenso massiccio. Una volta rivelata la realtà, si sgretola la credibilità della notizia che porta una rapida discesa dei consensi. La questione centrale però è questa: a distanza di anni è stata riscontrata una ricaduta del frame.


Quest’aspetto nell’analisi della figura del taccagno cognitivo è essenziale. Alcuni anni dopo, quando la faccenda era ormai archiviata, la credibilità di una notizia falsa recupera i consensi dell’opinione pubblica. Ecco nuovamente il meccanismo del taccagno cognitivo, visto da un’altra prospettiva. Il taccagno cognitivo ritorna sulle proprie opinioni, quelle che lo hanno spinto ad appoggiare la politica dell’amministrazione Bush, e seleziona solo ed esclusivamente le notizie e le informazioni che confermano la primissima posizione. Nonostante sia stato ampiamente dimostrato che quelle notizie (il fatto che l’Iraq avesse armi di distruzione di massa e che avesse legami con Al Qaeda) si siano rivelate false sotto ogni aspetto, coloro i quali avevano dato la propria fiducia alla versione manipolata della Casa Bianca, tornano a confermare questa versione, appunto per evitare di smentire se stessi.


Pensiero e dubbio

Possiamo constatare che si verifica puntualmente l’effetto della ricerca della notizia che conferma le proprie opinioni, piuttosto che metterle in dubbio. Questo dimostra che le persone tendono a credere né più né meno a ciò che vogliono credere. Alimentare il dubbio, immergersi nel dubbio, confrontarsi col dubbio, prerogativa squisitamente filosofica, non è una pratica che oggi interessa la maggioranza delle persone.


Ma Hegel ci ricorda, decisamente in polemica con lo scetticismo dogmatico dei moderni ed estremamente in linea con lo scetticismo radicale degli antichi, che il dubbio costituisce proprio l’inizio del pensiero. Pensiero ed esercizio del pensiero che religioni, scienza, dogmi, ideologie espresse da società o gruppi sociali, principi, assiomi radicali e limitanti tendono a voler soffocare. Ma la filosofia e quindi il pensiero devono necessariamente fare proprio l’elemento negativo di autoesame del dubbio. Non sarebbe filosofia. Non sarebbe pensiero. Si tratterebbe di una indistinta e incondizionata accettazione della voce che in quel momento è più in assonanza con la nostra emotività. Lo stesso Hegel ci parla di una figura che chiama “contabile dello spirito”, una sorta di addetto, che esattamente come il contabile delle ditte commerciali tiene la contabilità della ricchezza altrui, senza aver mai ricevuto un proprio patrimonio, il contabile dello spirito si occuppa solo di verità che però sono verità di altri, senza mai averne una propria. Di questi contabili, faccendieri, passacarte, copiatori seriali che conoscono qualche frase e la ripetono senza comprenderne appieno neppure il senso, ne vediamo ovunque.


L’analisi della figura del “contabile taccagno cognitivo” ci permette di comprendere meglio come in definitiva un individuo tenderà sempre a voler confermare le proprie opinioni e quando non le ha a ripetere pedissequamente le opinioni altrui. Questo avviene in generale, ma soprattutto se queste hanno preso vita in un sostrato di terrore, paura, ansia e incertezza. Se non si è attrezzati a fare i conti con versioni che possono destabilizzarci e far sorgere in noi un dubbio, non si potrà fare altro che accettare passivamente e senza nessuna analisi razionale, la versione manipolata di turno che la comunicazione politica sapientemente mette in piedi e che i media propagano ed amplificano in maniera pressoché uniforme.


Questi esempi sono utili soprattutto oggi, alla luce di ciò che sta avvenendo e di come la comunicazione negli ultimi tempi sia stata tutto fuorché obiettiva e non abbia voluto includere critiche e confronti. Grandi responsabilità vanno alla politica, senza dubbio ai media, ma anche al cittadino. Il taccagno cognitivo non esce dalla sua misera condizione. Nessuno dopotutto lo aiuta. Non arretra di un centimetro. Non cede neanche dinnanzi all’evidenza. Egli vive nel suo mondo, nella sua zona di comfort e dal suo recinto mentale fintamente dorato non vuole uscire. È scettico nei confronti della filosofia. Si crogiola nel proprio morbido tappeto di pseudo-verità ridotte a un assemblamento di opinioni strausate e di pensieri-oggetto pronti all’uso. Nel suo mondo il dubbio non attecchisce. Figuriamoci il pensiero. Nell’epoca dell’isteria collettiva, dove ogni follia si trasforma a poco a poco in normalità, le vittime più illustri potrebbero essere proprio il pensiero, la coscienza e la volontà di restare umani. Il nostro compito è difendere con coraggio tutto questo davanti a chi non intende piu servirsene.


Henri Bergson – Saggio sui dati immediati della coscienza. Riflessione sul tempo autentico: quello della nostra coscienza

Il Saggio sui dati immediati della coscienza è uno scritto di Henri-Luis Bergson (1859 – 1941), pubblicato nel 1889 a Parigi. Probabilmente lo stesso autore non poteva immaginare che la sua tesi di dottorato, presentata alla Sorbona, sarebbe diventata nel corso del tempo uno dei capolavori del pensiero contemporaneo, tanto da riuscire ad influenzare parte della grande filosofia a venire, soprattutto la fenomenologia, e per citare alcuni nomi: Heidegger, Jankélévitch e Deleuze.


Il Saggio sui dati immediati della coscienza può essere definito come una delle radici essenziali del nostro modo di pensare in filosofia con un’eredità che non riguarda solo il campo filosofico ma anche quello scientifico e letterario. L’importanza di quest’opera è indubbiamente attestata. Le complesse e affascinanti indagini bergsoniane sul concetto di durata (elemento centrale di questo saggio) e di memoria influenzeranno direttamente il più grande capolavoro della storia della letteratura di tutti i tempi, fondato proprio sull’esperienza soggettiva della memoria, ossia Alla ricerca del tempo perduto, di Marcel Proust, pubblicato tra il 1913 e il 1927: un’immensa opera in sette volumi, per oltre 3700 pagine, che non ha eguali nella storia della letteratura e alla quale dedicheremo un apposito spazio.


Bergson e lo spiritualismo

Bergson fa parte di quel filone spiritualistico che ha tra i suoi tratti caratterizzanti proprio un atteggiamento critico verso il primato delle scienze matematiche e naturali, in contrapposizione dunque al positivismo. Lo spiritualismo vede nella psicologia uno strumento privilegiato per sondare la coscienza e l’interiorità dell’uomo e per accedere in questo modo alla comprensione della realtà. Lo studio dell’interiorità e dello spirito dell’uomo diventano il mezzo migliore per accedere alla conoscenza della realtà nel suo complesso. I filosofi spiritualisti affermano il carattere limitato del sapere scientifico e la sua incapacità di cogliere l’essenza genuina dei processi spirituali.


Ci troviamo davanti a un atteggiamento polemico verso la scienza con un attacco diretto nei confronti del determinismo della fisica (che afferma che in tutti i fenomeni c’è un rapporto necessario di causa ed effetto), contrapponendo ad esso la difesa della specificità del mondo dello spirito. Il pensatore più significativo di questa tradizione è proprio Henri Bergson che con il  Saggio sui dati immediati della coscienza introduce una nozione di tempo ed in particolare di durata completamente nuova, che scardina la netta contrapposizione tra mondo esteriore, interpretato mediante lo spazio e mondo interiore che adotta il tempo come sua dimensione.


Saggio sui dati immediati della coscienza. L’idea di durata e gli stati di coscienza

Il saggio si articola in tre capitoli: 1. “Sull’intensità degli stati psichici”, dedicato al problema dell’intensità degli stati psicologici con una particolare attenzione al dibattito contemporaneo di quegli anni sulla psicofisica. 2. “Sulla molteplicità degli stati di coscienza e l’idea di durata”. Qui si analizza il concetto di molteplicità da intendere non come somma, quanto piuttosto come mutua compenetrazione e l’idea di durata. 3. “Sull’organizzazione degli stati di coscienza e la libertà”, dove si affronta la questione della libertà.


I grandi motivi della filosofia di Bergson trovano tutti la loro radice nel cuore teorico del Saggio. Per venire incontro alle esigenze dei lettori e di tutti coloro che vogliono avvicinarsi all’opera e rendere piacevole questa trattazione ho deciso di concentrarmi soprattutto sul capitolo secondo. Ho inoltre volutamente tralasciato gli aspetti squisitamente tecnici del saggio, che non mancano e che certo non sono secondari, privilegiando la componente più marcatamente filosofica e psicologica. Questo non perché gli altri elementi non meritino analisi o attenzione, ma perché è qui che si trova la concezione rivoluzionaria di Bergson: la contrapposizione tra tempo spazializzato e durata reale e dunque tra il tempo della scienza e il tempo della vita e i vari stati di coscienza dell’io profondo.


La riflessione di Bergson parte dalla considerazione che esistono specie molto diverse di molteplicità. Quando noi parliamo di oggetti materiali, alludiamo chiaramente alla possibilità di vederli e di toccarli, in pratica li localizziamo nello spazio. Ma quando consideriamo gli stati affettivi dell’anima, operiamo sempre così? Secondo Bergson no. Il filosofo francese descrive a tal proposito due specie di molteplicità: quella degli oggetti materiali e quella dei fatti di coscienza.


Quando noi parliamo del tempo lo intendiamo sempre come nel senso di un mezzo in cui lo si distingue e lo si conta. Ma se lo consideriamo in questi termini esso non è che lo spazio. Infatti come afferma Bergson “le immagini con le quali viene descritto il sentimento che la coscienza riflessa ha del tempo e anche della successione vengono necessariamente prese a prestito dallo spazio”. In pratica i nostri sensi percepiscono le qualità dei corpi e con esse lo spazio. Secondo Bergson proiettiamo il tempo nello spazio ed esprimiamo la durata attraverso l’estensione, per questo la successione assume la forma di una linea continua le cui parti si toccano senza però penetrarsi.


Le constatazioni che qui emergono dalla riflessione di Bergson sono il prologo al tema della durata; un concetto incredibilmente difficile da rappresentarsi nella sua purezza originaria. Abbiamo infatti un’idea del tutto errata di durata. La intendiamo come un qualcosa di interno e omogeneo, analogo allo spazio, i cui momenti identici si susseguono senza compenetrarsi. Il filosofo suggerisce di rivedere quest’idea e che è più opportuno parlare di durata reale, in cui i momenti eterogenei si compenetrano.


Questa durata reale è il tempo della nostra coscienza. L’unico vero tempo autentico che coincide completamente con la vita della coscienza. Sembrerebbe che la questione possa semplicemente ridursi ad una contrapposizione tra tempo della scienza che è un tempo quantitativo, omogeneo, discontinuo, ripetibile e reversibile e un tempo della vita che invece è il tempo della coscienza, qualitativo, eterogeneo, continuo, irripetibile e irreversibile. Non è affatto così. Le ultime dieci pagine del secondo capitolo sono tra le più intense, ricche e dense dell’intera opera, insieme ad alcuni brani memorabili del terzo capitolo. La durata si presenta alla coscienza immediata come qualità e non come quantità e conserva questa forma finché non cede il posto a una sovrapposizione simbolica, ricavata dall’estensione.


“Le nostre percezioni, sensazioni, emozioni e idee si presentano sotto un duplice aspetto: l’uno netto, preciso, ma impersonale; l’altro confuso, infinitamente mobile ed inesprimibile, poiché il linguaggio non potrebbe coglierlo senza fissarne la mobilità, e nemmeno adattarlo alla sua forma banale senza farlo cadere nel dominio comune”


Bergson ci sta dicendo che la nostra vita esterna e sociale ha assunto un’importanza pratica decisamente maggiore rispetto alla nostra esistenza interiore e individuale. Inoltre noi tendiamo a solidificare le nostre impressioni (aspetto questo decisivo), al fine di esprimerle attraverso il linguaggio. Questo ci fa confondere il sentimento che è in perpetuo divenire dentro noi stessi, col suo oggetto esterno permanente e soprattutto con la parola che esprime questo oggetto. La parola è brutale, talvolta crudele. Essa immagazzina tutto quello che è stabile, comune e impersonale. Essa


“annulla o per lo meno ricopre le impressioni delicate e fuggitive della nostra coscienza individuale”


L’invito è quello di spezzare gli schemi del linguaggio. Quest’annullamento della coscienza è secondo Bergson incredibilmente evidente nei fenomeni del sentimento. Amori violenti, malinconie profondissime, passioni incontrollabili invadono il nostro animo. Abbiamo a che fare con una miriade di elementi diversi che si fondono e si compenetrano senza limiti, senza contorni precisi e soprattutto senza la tendenza ad esteriorizzarsi gli uni in rapporto agli altri. Essi sussistono dentro di noi, incorporati nella nostra più recondita interiorità. I momenti entro cui prendono forma i moti della coscienza sono intessuti propriamente solo nella durata reale, ed è qui che essi si compenetrano. Se dovessimo separarli gli uni dagli altri, svolgendo il tempo nello spazio, circoscriverli, ridurli, delimitarli, contenerli avremmo fatto perdere, come dice Bergson, a questo sentimento “la sua animazione ed  il suo colore”.


“crediamo di aver analizzato il nostro sentimento e in realtà gli abbiamo sostituito una giustapposizione di stati inerti, intraducibili in parole, ognuno dei quali costituisce l’elemento comune delle impressioni provate dalla società intera in un caso determinato”


La portata di questa riflessione la possiamo attestare nel proseguo dell’opera. Emerge una veduta portentosa sulla formazione delle idee all’interno della nostra coscienza e sulle conseguenze dell’alterazione del suo stato.


“Le opinioni a cui teniamo di più sono quelle di cui ci sarebbe più difficile rendere conto, e raramente le ragioni con cui le giustifichiamo corrispondono a quelle che ci hanno spinto ad adottarle. Le abbiamo adottate senza ragione, poiché ciò che ai nostri occhi costituisce il loro valore risiede nel fatto che la loro sfumatura corrisponde alla colorazione comune a tutte le nostre idee, nel fatto che fin dall’inizio, vi abbiamo visto qualcosa di noi”


È evidente che non tutte le nostre idee, secondo Bergson, si incorporano allo stesso modo nell’insieme dei nostri stati di coscienza. Per spiegarlo utilizza una straordinaria metafora. Molte di queste idee galleggiano nella superficie, come le foglie morte sull’acqua di uno stagno. Ci sono idee che perdurano in questo stato, altre sono già formate e permangono in noi senza però mai assimilarsi alla nostra sostanza. Infine ne esistono alcune che non abbiamo conservato. Più ci allontaniamo dagli strati profondi dell’io, più i nostri stati di coscienza si dispiegano in uno spazio omogeneo. Più ci avviciniamo al tempo della scienza, più la parola assume il controllo, distanziandoci inesorabilmente dal tempo della vita. Scrive Bergson in un altro notevole passaggio:


“Non bisogna stupirsi se solo le idee che sentiamo meno nostre sono adeguatamente esprimibili in parole”


La realizzazione delle condizioni della vita sociale determinano un’accentuazione degli stati di coscienza dall’interno verso l’esterno. Questi stati si trasformano in oggetti, in cose. Non si staccano solo gli uni dagli altri ma si staccano anche da noi stessi. In questo modo li percepiamo attraverso quel mezzo omogeneo che ne ha fissato l’immagine e attraverso la parola. Un secondo io ricopre il primo io autentico. Qui alla fusione si sostituisce la distinzione. È il regno della parola; del linguaggio.


La coscienza non può essere compresa attraverso i concetti. È l’intuizione che ci permette di cogliere direttamente le cose al contrario dell’analisi concettuale che rimane esterna ad esse. Per cui il tempo della coscienza può essere compreso solo dall’intuizione.


Sulla libertà: una libertà che si manifesta solo nella durata reale

Le affascinanti considerazioni presenti nel secondo capitolo del Saggio sui dati immediati della coscienza, permettono al filosofo di affrontare un’altra grande tematica nel terzo e ultimo capitolo: il tema della libertà. Lo studio e l’analisi di questo concetto meriterebbe altrettanto spazio, per la squisitezza argomentativa portata avanti e per la straordinaria relazione che intercorre tra essa e la nuova idea di tempo-durata postulata.


Anche qui è opportuno scardinare un luogo comune. Il superamento della nozione di tempo spazializzato a favore di quella di durata reale è propedeutico per poter affrontare in maniera adeguata il tema della libertà. Ebbene la libertà non è da intendersi come possesso di possibilità. Questo comporterebbe confondere tempo e spazio, poiché stare su un livello di possibilità significa ragionare su ciò che è trascorso, su ciò che è statico, immobile, non su ciò che avviene.


Insomma si ragiona su cose e non su progressi. Si resta ancorati al tempo spazializzato e non alla durata reale. La libertà ha sede nell’io profondo, all’interno degli stati profondi di coscienza. Lo slancio libero avviene nella durata reale. Senza la perfetta comprensione ed immersione in questa concezione non si può né comprendere cosa sia la libertà, né agire liberamente. In sintesi l’atto libero è quell’atto dove trova espressione la nostra intera personalità. Questo avviene quando ad agire è il nostro io più profondo. Un luogo, come abbiamo visto, dove la parola si scinde e il linguaggio non ha presa.


Concludo riportando l’ultimo brano del terzo capitolo che sintetizza in maniera esemplare tutta la portata di questo pensiero. L’invito ad immergersi in quest’opera, scritta in una lingua magistralmente chiara, considerando la tematica affrontata, mi sembra un atto più che dovuto. A tal proposito consiglio l’edizione Henri Bergson – Saggio sui dati immediati della coscienza, Raffaello Cortina Editore.


“ogni domanda di chiarimento per quanto concerne la libertà, ci porta senza che ce ne accorgiamo alla seguente domanda: il tempo può essere rappresentato adeguatamente mediante lo spazio? Al che rispondiamo di sì, nel caso in cui si tratti del tempo trascorso, e di no se parlate del tempo che scorre. Ora l’atto libero si produce nel tempo che scorre, e non in quello trascorso. La libertà è quindi un fatto, ed è il più chiaro dei fatti che constatiamo. Tutte le difficoltà del problema, e lo stesso problema, nascono dalla pretesa di dare alla durata gli stessi attributi dell’estensione, di interpretare una successione mediante una simultaneità e di tradurre l’idea di libertà  in un linguaggio in cui essa è evidentemente intraducibile”

Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica. La filosofia come scelta di vita

Esercizi spirituali e filosofia antica , Edizioni Einaudi (2005) è un’opera di Pierre Hadot (1922 – 2010),  filologo e filosofo francese, tra i più grandi storici contemporanei del pensiero antico. In questa fondamentale opera, Hadot ricostruisce, in maniera esemplare, la storia di quel sistema di pratiche filosofiche, andato perduto nel corso del tempo, che aveva come obiettivo fondamentale quello di “formare” e non semplicemente “informare” gli animi, secondo la teoria, pienamente sostenuta dal filosofo, che la filosofia in passato avesse soprattutto una finalità pratica, piuttosto che teorica. Lo studio di Hadot all’interno degli Esercizi spirituali mira a mettere in evidenza come la lezione degli antichi avesse una valenza concreta, come sapere pratico e orientamento nella vita.


Per gli antichi greci la filosofia era “un esercizio di vita attivo” che attraverso un costante lavoro su se stessi, coinvolgeva tutta la persona facendo entrare in relazione le diverse componenti fisiche e psichiche nella loro totalità. La filosofia antica ha come insegnamento fondamentale quello di rappresentare un invito alla trasformazione. L’approccio non può che essere filologico, in quanto è solo la filologia a garantire quel rigore necessario per acquisire in maniera proficua l’insegnamento impartito. L’acquisizione filologica è per Hadot un passaggio obbligato.


Passeremo rapidamente in rassegna alcuni capitoli chiave del testo: Esercizi spirituali, La figura di Socrate e La filosofia come maniera di vivere. Ugualmente importanti e ricchi di notevoli spunti sono anche il capitolo dedicato a Marco Aurelio e le riflessioni sulla nozione di cultura di sé.


 


Esercizi spirituali. Il termine spirituale e le quattro funzioni fondamentali della filosofia antica


Prima di affrontare alcuni aspetti del testo è necessario soffermarsi un attimo sul termine spirituale. Questo termine non ha per Hadot nessuna accezione di carattere religioso. Il filosofo francese arriva al termine spirituale attraverso un ampio percorso che rinvia, per certi versi, allo spiritualismo di Bergson. Qualsiasi altro aggettivo (etico, intellettuale, psicologico, morale, religioso ecc.) sarebbe stato riduttivo. Solo la parola spirituale parla di tutto lo psichismo dell’individuo. E c’è all’interno di questo termine anche l’apertura religiosa, che non va intesa in senso confessionale ma che significa aprirsi a dare qualsiasi spiegazione dell’Assoluto.


Grazie agli esercizi spirituali l’individuo si eleva alla vita dello Spirito oggettivo, ossia sia colloca nella prospettiva del Tutto; “eternarsi superandosi”


Nel mondo antico la filosofia aveva quattro funzioni fondamentali e il filosofo doveva forgiarsi mediante questi quattro aspetti. Egli doveva imparare a vivere, imparare a dialogare, imparare a morire e imparare a leggere. Vi è un grande lavoro nel tentativo di imprimere alla filosofia un atteggiamento concreto. Essa è un esercizio. La parola chiave che Hadot utilizza è conversione, e dobbiamo intenderla come convertire all’uso pratico la filosofia, attraverso due modalità: l’attenzione e la meditazione che dobbiamo intendere come lo sforzo di padroneggiare il discorso interno aperto dall’attenzione.


Imparare a dialogare è un altro aspetto fondamentale che si erige sulla massima socratica del “conosci te stesso”. Il dialogo è un esercizio spirituale interiore; un esame di coscienza e la relazione con se stessi è necessariamente basata sulla conoscenza di sé. Anche imparare a morire è un elemento fondamentale. Presentare la filosofia come un esercizio della morte era una decisione estremamente seria che ha avuto un eco importante nella storia della filosofia. Si pensi a Epicuro, oppure all’esserci-per-la-morte di Heidegger ma anche a Montaigne che parafrasando Seneca afferma che filosofare è imparare a morire e che chi ha imparato a morire ha disimparato a servire. Infine imparare a leggere: altro grandissimo insegnamento. La lettura è dialogo: leggere un filosofo significa dialogare con lui.


 


La figura di Socrate


Così Socrate si maschera e serve anche da maschera agli altri


Di grandissimo livello filosofico è il capitolo che Hadot dedica a Socrate, richiamandosi a diversi aspetti quali il sileno, l’eros e Dioniso. Hadot desidera capire come il dialogare socratico sia andato ad intersecarsi con posizioni filosofiche moderne che hanno dato vita ad una filosofia della vita o dell’esistenza. Due nomi su tutti stanno a cuore al filosofo francese: Nietzsche e  Kierkegaard.


Pur essendo molto diversi tra di loro Nietzsche e Kierkegaard hanno in comune il porre al centro la vita, l’esistenza, riferendosi alla categoria della possibilità e negando quella della necessità. È chiaro che i due filosofi prendono strade molto diverse ma il punto di partenza è lo stesso e Hadot indaga proprio su questo punto di partenza comune. Qui la figura di Socrate è decisiva, soprattutto è fondamentale il ruolo dell’ironia nel pensiero socratico e la riflessione di Kierkegaard muove proprio dall’ironia socratica. All’interno di questa dimensione prende forma la maschera socratica. Socrate è maschera di Platone e maschera di se stesso. Hadot coglie un’interpretazione socratica di Kierkegaard davvero notevole che riguarda l’applicazione dell’idea di maschera. Kierkegaard usa la maschera. Sappiamo che scrisse molte opere sotto pseudonimo e attraverso i dialoghi dei personaggi egli mette in scena un grande gioco di maschere.


Hadot offre anche una definizione di ironia: l’ironia è un atteggiamento psicologico secondo cui l’individuo cerca di apparire inferiore a quello che è: si svaluta da solo. Nell’arte del discorso questa diposizione si manifesta fingendo di adottare il punto di vista dell’avversario, che si concluderà col passaggio fondamentale che consiste nel cammino percorso da Socrate insieme col suo interlocutore che troverà l’epilogo nella maieutica.


È magistrale, a mio avviso, il confronto tra Socrate e Kierkegaard riguardo la formula socratica di “so di non sapere nulla”. Socrate sa di non sapere nulla. Anche Kierkegaard (che ricordo è un filosofo cristiano) afferma di non sapere che una cosa: sa di non essere cristiano. “Essere cristiani significa avere un autentico rapporto personale ed esistenziale con Cristo, significa essersi pienamente appropriati di questo rapporto, averlo interiorizzato con una decisione emanante dalle profondità dell’Io. Data l’estrema difficoltà non c’è nessun cristiano. Solo Cristo è cristiano. Colui che ha coscienza di non essere cristiano è il miglior cristiano, nella misura in cui riconosce di non essere cristiano”.


Su questo livello si muove la riflessione di Hadot che attraverso il Simposio di Platone giunge alla figura di Dioniso, mettendo in luce l’odio amoroso che Nietzsche nutre nei confronti di Socrate. Nietzsche condanna il Socrate razionalista, discendente dalla fonte platonica. Socrate viene esaltato invece tutte  le volte che esercita il gusto della lotta, in cui la razionalità non è che un rimedio alla decadenza degli istinti. Ma quando gli istinti non sono decadenti allora la razionalità ingabbia le espressioni più elevate dello spirito dionisiaco. Senza appello è invece la critica di Nietzsche per quello che attiene la morte di Socrate.


Sappiamo che la figura di Socrate raggiunge la forza più marcata quando esprime la sua accettazione volontaria della morte. Una cosa è avere coscienza della propria morte e accoglierla con necessità, altra cosa è decidere di sottoporsi ad una morte programmata con carattere volontario. Per Nietzsche, Socrate con la sua accettazione della morte svaluta la vita privandola di quello spirito dionisiaco che la contraddistingue. Hadot sottolinea come l’esercizio interpretativo di Socrate sia tutt’altro che scontato.


 


La filosofia come maniera di vivere


Il paradosso e la grandezza della filosofia antica è che essa fosse insieme cosciente del fatto che la sapienza sia inaccessibile, e persuasa della necessità di perseguire il progresso spirituale


In questo capitolo di Esercizi spirituali Hadot mette in evidenza alcuni aspetti di estrema importanza che per semplicità espositiva tratteremo sottoforma di punti, tutti strettamente connessi tra loro, che ruotano attorno al concetto di trasformazione.


1) In primo luogo Hadot rimarca un aspetto decisivo, elemento centrale di tutto il saggio. Dobbiamo avere un atteggiamento di chi domanda alla filosofia una trasformazione del nostro modo di vivere. La filosofia come stile di vita necessita una forma di autodeterminazione di carattere etico. Nascere nell’antica Grecia e scegliere una scuola significava incidere profondamente non sul proprio sapere ma sul proprio essere.


2) Secondo aspetto determinante è quello che riguarda la distinzione tra contenuti e metodo. Il metodo deve contenere anche il contenuto e la mia trasformazione personale, all’interno di una scala di valori, attribuirà al metodo una valenza maggiore rispetto al contenuto. Ad incidere maggiormente sulla mia trasformazione è il metodo prima ancora del contenuto.


3) Ultimo aspetto, sempre all’interno della trasformazione è ciò che attiene allo studio della filosofia. Questo studio non può e non deve ridursi ad un semplice discorso filosofico ma deve avviare il processo della trasformazione di sé.


La filosofia antica propone all’uomo un’arte della vita, mentre la filosofia moderna si presenta anzitutto come la costruzione di un linguaggio tecnico riservato a specialisti


È qui che ci si deve concentrare. È qui che Hadot sviluppa abilmente un discorso affascinante e con ampie vedute. Nell’antichità la filosofia era un esercizio ad ogni istante. Oggi secondo Hadot deve tornare ad essere esattamente quello, perché il nucleo della filosofia non è il discorso, ma la vita, l’azione. Filosofare significa imparare a morire. Si tratta di una delle affermazione più corrette che siano mai stata espresse a riguardo della filosofia. Ma noi oggi ci troviamo all’interno di un paradosso: dobbiamo prendere coscienza del fatto che oggi più che mai si deve filosofare ma nello stesso tempo dobbiamo prendere atto anche del fatto che la situazione ci impedisce di farlo.


È superfluo aggiungere che uno storico della filosofia del calibro di Hadot, che pone il criterio filologico al centro della sua analisi, non possa che riconoscere quando sia sbagliato proporre una qualche forma di autorealizzazione del pensiero antico. Sarebbe un errore dilettantesco. Hadot sostiene giustamente che i greci non possono essere attualizzati; sarebbe inappropriato farlo, inutile, insensato, prima ancora che impossibile. Noi però non possiamo che guardare ai greci se vogliamo intraprendere un qualsiasi percorso di vita . Non possiamo esimerci da questo compito, non possiamo non recepire il loro insegnamento e non possiamo neppure sottrarci alla loro profondissima visione del mondo, entro la quale si radicalizza tutto il nostro essere.


L’importanza degli Esercizi spirituali oggi è fuori discussione. Dobbiamo tornare alla filosofia, coglierne l’essenza, recuperarne l’aurea, ritornando là dove è nata e dove non poteva che nascere, perché la filosofia è legata imprescindibilmente alla vita stessa, e questo i greci lo hanno sempre saputo e hanno sempre cercato di trasmetterlo.


L'Elogio della follia (titolo originale in latino: Moriae encomium; in greco Μωρίας ἐγκώμιον?, Mōrias enkōmion; in olandese Lof der Zotheid) è un saggio scritto in latino da Erasmo da Rotterdam nel 1509 e pubblicato per la prima volta nel 1511.


L'opera fu redatta e completata in prima stesura nel giro di una settimana, mentre Erasmo soggiornava con Tommaso Moro nella residenza di quest'ultimo a Bucklersbury. L'Elogio della follia è considerata una delle opere letterarie più influenti della moderna civiltà occidentale.


Erasmo dedica l'opera proprio al suo amico Tommaso Moro e gioca sul doppio significato del titolo Moriae encomium, che potrebbe essere tradotto anche come "Elogio di Moro" (l'explicit è: "Finis Moriae in gratiam Mori").


Nella dedica a quest'ultimo, Erasmo da Rotterdam sottolinea il carattere satirico del saggio, nato durante un periodo di malattia e riposo forzato, e volto a suscitare il riso degli amici. L'opera non era infatti destinata alla pubblicazione e lo stesso Erasmo rimase sbalordito dal successo ottenuto. Il libro fu subito ristampato più volte e tradotto in francese e tedesco. Dopo la morte di Erasmo ne seguì pure un'edizione in inglese.



Trama

Il saggio si apre con un elogio da parte della Follia, che parla in prima persona di se stessa. Essa prende poi le distanze dai "mortali", lasciando quindi intendere la sua natura divina.


La Follia si proclama figlia di Pluto, dio della ricchezza e della giovinezza, e dice inoltre di essere stata allevata dall'Ignoranza e dall'Ubriachezza. I suoi più fedeli compagni sono Philautia (Vanità), Kolakia (Adulazione), Lethe (Dimenticanza), Misoponia (Accidia), Hedonè (Piacere), Anoia (Demenza), Tryphe (Licenziosità), Komos (Intemperanza) ed Eegretos Hypnos (sonno mortale).


La Morìa descrive se stessa come portatrice di allegria e spensieratezza e giustifica l'autoelogio con la sua natura schietta, che si rivela anche nel linguaggio diretto. Nel saggio si riportano numerosi esempi e citazioni a favore della grandezza della Pazzia e della sua utilità per la felicità dell'essere umano: essa si rivela infatti insita in esso fin dall'atto stesso della nascita, che non potrebbe avvenire senza la sua presenza, e ci accompagna durante tutta la vita, aiutandoci nelle relazioni interpersonali e nell'autocompiacimento fino alla vecchiaia, che "neppure ci sarebbe se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza". Tutti gli esseri umani (re, pontefice, vescovi, monaci, laici) anziché curare gli aspetti spirituali e interiori dell'individuo, con i loro comportamenti inseguono follemente ciò che è terreno e transeunte, destinato a finire: gloria, potere, ricchezza, lusso, successo.


Nell'ultima parte il testo si concentra sulla realizzazione di un esame critico degli abusi della dottrina cattolica e di alcune pratiche corrotte della Chiesa cattolica romana (alla quale peraltro Erasmo era stato sempre fedele). La posizione critica si estende però solo ai religiosi - senza tuttavia risparmiare nessuno, dagli ordini mendicanti ai pontefici - e mai a Dio, che è l'unico essere perfetto e che nella sua perfezione ha in sé anche un pizzico di follia.


La Follia conclude quindi il suo elogio dicendosi "dimentica di quello che ha appena detto" ed invitando gli ascoltatori stessi a scordare l'orazione, spronandoli piuttosto ad applaudire, vivere e bere.


Il contesto sociale e culturale

Influenza e ispirazione

Erasmo da Rotterdam vive a cavallo fra Umanesimo e Rinascimento, in un'epoca caratterizzata da numerose rivoluzioni in diversi ambiti: egli nasce dopo l'invenzione della stampa (1455), ha poco più di vent'anni nella data della scoperta dell'America, è testimone di un periodo di grande frammentazione cristiana. Tutti questi elementi sono alla base del suo pensiero umanista, che si riflette nell'Elogio della Follia. Peraltro, secondo Alberto Viviani e Giannino Fabbri[1] e già secondo Giovanni Papini, l'opera fu ispirata dal De triumpho stultitiae di Faustino Perisauli, un poemetto in esametri latini pubblicato postumo a Rimini da Girolamo Soncino nel 1524, ma composto attorno al 1490 e che dunque circolò manoscritto, per cui Erasmo avrebbe potuto conoscerlo durante il suo soggiorno in Italia dal 1506 al 1509.


La religione

Il Moriae encomium fu scritto al ritorno di un deludente viaggio da Roma, dove l'autore aveva rifiutato di essere promosso gerarchicamente nella curia papale. L'accesa critica alla corruzione della Chiesa rivela Erasmo come uno dei tanti esponenti dell'Umanesimo cristiano. Nel saggio l'autore nomina più volte le indulgenze con accezione negativa, trovandosi su questo punto d'accordo con Martin Lutero, coevo di Erasmo. Ciononostante, Erasmo non condivide la posizione del riformista tedesco e scrive, sempre con tono satireggiante, il De libero arbitrio, a cui Lutero risponde un anno dopo con il trattato De servo arbitrio (1525). La posizione di Erasmo di umanista cristiano, desideroso di ricavare il significato originale dai testi sacri, è sottolineata nella critica agli ordini mendicanti. L'autore satireggia sulla ricerca da parte di questi della povertà apostolica senza per altro osservare i veri valori cristiani come quello della carità.


Rinascimento e Classicità

Il 500 e tutto il periodo rinascimentale sono caratterizzati dalla riscoperta della classicità greca e romana. Numerose sono le traduzioni di testi antichi in latino: lo stesso Erasmo, insieme a Tommaso Moro, aveva tradotto lavori di Luciano di Samosata, famoso satirico greco — il quale viene citato più volte — ed altre opere. Ritroviamo in Elogio della Follia costanti allusioni ad importanti scrittori latini quali Virgilio e Seneca, e di filosofi greci, fra i quali il più citato è Platone ed in particolare il mito della caverna (Repubblica). Il richiamo alla filosofia è però usato contro la stessa, a favore invece dell'insipienza, ovvero della follia: "Che differenza pensate vi sia fra coloro che nella caverna di Platone contemplano le ombre e le immagini delle varie cose, senza desideri, paghi della propria condizione, e il sapiente che, uscito dalla caverna, vede le cose vere?".


La donna secondo Erasmo

In passato, la donna ha sempre avuto un ruolo di secondo piano. Le sue mansioni erano quelle di procreare, governare la casa. Se nel Rinascimento si compiono notevoli passi avanti verso la cultura, la posizione della donna rimane comunque confinata all'ambiente domestico. I casi di donne importanti e regine sono rari e creano scandalo. Enrico VIII, re d'Inghilterra, nei primi decenni del Cinquecento chiese l'annullamento del matrimonio con Caterina di Aragona, che non era in grado di dargli un erede maschio.[2] La nascita di una figlia creava sempre una certa preoccupazione in confronto alla gioia di un figlio. Erasmo nomina più volte la donna con accezione sì positiva, ma satireggiante: la donna è felice in quanto folle, è un "animale, sì stolto e sciocco, ma deliziosamente spassoso." "E, se per caso una donna volesse passare per saggia, ottiene solo di essere due volte folle". E solo grazie alla follia è possibile procreare: chi può pensare di sposarsi e convivere tutta la vita con una donna, se non un pazzo, spinto dal desiderio sessuale, che è un istinto irrazionale? Erasmo dunque esprime esplicitamente la misoginia dell'epoca — è in questo periodo, infatti, che si consolida la caccia alle streghe — e testimonia chiaramente in Elogio della Follia la mentalità rinascimentale in questo ambito.


Il linguaggio

Il tono scherzoso adottato dall'autore gli permette di rivolgere abbondanti critiche non solo a retori, alchimisti, giocatori d'azzardo, ma anche a persone importanti come principi, nobili, e soprattutto ecclesiastici. Il linguaggio utilizzato da Erasmo è però dotto, tipico di un intellettuale.


La fortuna

Il libro fu fatto pubblicare dagli amici di Erasmo, ai quali l'autore aveva fatto leggere l'inizio "perché — come dice lui stesso — maggiore allegria ne venisse dal ridere in compagnia". Questi, entusiasti, lo esortarono a continuare, ed una volta completato lo portarono in Francia, dove fu pubblicato pieno di errori e mancante di una parte. Ben presto se ne diffusero molte versioni, tradotte in varie lingue.


Influenzò l'insegnamento della retorica durante la fine del sedicesimo secolo e divenne un esercizio popolare nelle scuole di Grammatica elisabettiane.


Johan Huizinga[4] definisce il Moriae encomium come l'unica sua opera imperitura, perché scritta da un "Erasmus ludens" che, con essa, "diede al mondo ciò che nessuno al di fuori di lui poteva dare".

L'orgasmo dei poveri .

E' troppo vile il gioco ,non lo reggo !
Piangerai ,disillusa a me ti mostrerai tenera
non avrai lusinghe né più fiducia
le lacrime cadranno come gocce di candele
nei profondi vuoti , su i tuoi vestiti .

E ti chiederai se sei ancora femmina ?
La rorida fragola ch'è s'apre alla mia terra ,
il grembo sacro del mare ,il gemito audace
l'oceano che inonda il mio amore .

Sarai l'orgasmo dei poveri ,non esserlo !
Resta fragile come sei con me ,ti farò le fusa ,
resta nelle mie furie cieche , nel selvaggio amplesso
tra l'ebbrezza , libera dal mio sarcasmo .

Vieni ,rivelati esulta il giorno vergineo ...
mi legherò alle tue catene ove si inchinano i titani
al tuo cuore che si spegne piano , piano ,
con la mia anima incosciente ti farò fiorire .

E mi morderai col sol profumo
toccherai il piacere con le lebbrose mani
godrai l'orgasmo immersa nelle piaghe della mia follia ,
l'amore sarà il dolce rito ove il soffio spegne l'orrenda lava .

Si, resta , non fuggire ,fatti pietà dei mie anni
non restare ferma negli specchi rotti:
davanti a un volto livido logorato da passati .
la rara la bellezza nella furia di un giubilo
canterò per te la mia preghiera .

Giovanni Maffeo Poetanarratore .

Edizioni

Moriae encomium. Erasmi Roterodami declamatio, [Parisiis], Gilles de Gourmont (in altre copie: Jehan Petit), s.d. (editio princeps).

Moriae encomium. Erasmi Roterodami declamatio, Argentorati, in aedibus Matthiae Schurerij, mense Augusto anno M.D.XI.

Edizioni italiane

La Moria d'Erasmo novamente in volgare tradotta, [Interprete Antonio Pellegrini], In Venetia, per Giovanni dalla Chiesa Pavese, 1539. (prima traduzione italiana)

Cicalata della follia in propria lode o sia l'Elogio della follia d'Erasmo di Rotterdam, reso in toscano dall'abbate R(affaele) P(astore), Colonia (ma Venezia), 1787.

L'elogio della follia composto in forma di declamazione da Erasmo di Roterdam, nuovamente recato in italiano dal testo latino ed arricchito delle annotazioni di Listrio e di varie altre del traduttore C(arlo) C(astelfranchi), Amsterdam (ma Napoli), 1805.

Elogio della pazzia, con prefazione di Eugenio Camerini, Milano, Istituto Editoriale Italiano, 1914.

Elogio della pazzia e Dialoghi, trad. [sull'edizione del 1805] di Carlo Castelfranchi riveduta e a cura di Benedetto Croce, Bari, Laterza, 1914.

Elogio della Stoltezza, a cura di Cristina Baseggio, Collana I Grandi Scrittori Stranieri n.62, Torino, UTET, 1935. - con un saggio di Hugh Trevor-Roper, Milano, TEA, 1988.

Elogio della Pazzia, traduzione di e cura di Emilio Cecchi, Roma, Colombo Editore, 1943-1952.

Elogio della Pazzia, traduzione di Tommaso Fiore, Torino, Einaudi, 1943-2000. - Milano, Mondadori, 1964; Introduzione di Delio Cantimori, NUE, Einaudi, 1964; Prefazione di Paolo Fedeli e Postfazione di Francesco Tateo, Bari, Palomar, 2003.

Elogio della Pazzia, traduzione di Arsenio Frugoni, Brescia, 1954.

Elogio della Pazzia, traduzione di Claudio Annaratone, BUR, Milano, Rizzoli, 1963. - a cura di Bruno Segre, La Biblioteca ideale tascabile, Milano, Opportunity Book, 1995.

Elogio della follia, traduzione di Erich Linder, a cura di Nicola Petruzzellis, Milano, Mursia, 1966.

Elogio della Pazzia, traduzione di e prefazione di Guglielmo Zappacosta, Collana Classici illustrati, Roma, Curcio, 1967.

Elogio della Follia, trad. e cura di Eugenio Garin, Collana Saggi, Milano, Serra e Riva Editori, 1984. - Collana Oscar Classici n.224, Milano, Mondadori, 1992-2021.

Elogio della Follia, introd., trad., pref. e note di Edilia Orlandini Traverso, Collana I Classici del pensiero. Sez. II Medioevo e Rinascimento, Milano, Rusconi, 1989.

Elogio della Follia, introd. di Roland H. Bainton, trad. e note di Luca D'Ascia, Collana Classici n.724, Milano, BUR, 1989, ISBN 978-88-171-6724-6. - Collana I Classici del Pensiero, Milano, Fabbri Editori, 1996-2004.

Elogio della Follia, traduzione di Domenico Magnino, Introd. di Silvio Berlusconi, Milano, Silvio Berlusconi Editore, 1990.

Elogio della Follia, a cura di Anna Corbella Ortalli, Collana Acquarelli classici, Bussolengo, Demetra, 1994.- poi, con introduzione di Riccardo Donati, Collana Passepartout, Firenze, Giunti, 2016.

Elogio della Follia, traduzione di Gabriella D'Anna, Roma, Newton Compton, 1995. - Introduzione di Paolo Miccoli, Collana I David, Milano, La Spiga-Meravigli, 1995, ISBN 978-88-710-0602-4; Novara, De Agostini, 2003; Newton Compton, 2012.

Elogio della Follia, traduzione di Carlo Carena, Collana i millenni, Torino, Einaudi, 1997. - Collana Einaudi Tascabili, 2002-2021.

Elogio della pazzia, a cura di Paola Ceva, Rimini, Raffaelli, 2000.

Elogio della follia. Corrispondenza Marteen van Dorp[5] - Erasmo - Tommaso Moro, trad. della Comunità di San Leolino riveduta dal curatore, a cura di Stefano Cavallotto, con il commento di Gérard Listrius, Milano, Edizioni Paoline, 2004 ISBN 88-315-2701-0.

Elogio della follia, traduzione di C. Kolbe, Marina di Massa, Edizioni Clandestine, 2005.

Elogio della Follia, traduzione di Silvia Fiorini, Santarcangelo di Romagna, Rusconi, 2008. - Introd. Massimiliano Lacertosa, Siena, Barbèra, 2008; Santarcangelo di Romagna, Foschi, 2018; Collana Universale Economica. I Classici, Milano, Feltrinelli, 2011.

Elogio della follia, a cura di D. Fazzi, Highlander, 2010, ISBN 978-88-659-6044-8.

Elogio della Follia e altri scritti, a cura di Roberto Giannetti, Collana I grandi libri dello spirito, Milano, Garzanti, 2015, ISBN 978-88-11-65109-3.

Elogio della follia, a cura di Anna Rita Murano, Collana I classici, Montecovello, 2016, ISBN 978-88-673-3893-1.

Elogio della follia, a cura di Salvatore Primiceri, Collana Classici, Primiceri Editore, 2019, ISBN 978-88-330-0118-0.

Elogio della Follia, Prefazione di Gerry Bruno, con le illustrazioni originali di Hans Holbein, Gengotti Editore, 2021, ISBN 978-88-873-8118-4.

Note

^ (LA, IT) Faustino Perisauli, De triumpho stultitiae, studio introduttivo di Alberto Viviani, traduzione e note di Giannino Fabbri, Firenze, Il Fauno editore, 1963.

^ Enrico VIII fu appoggiato nel divorzio da Thomas Cranmer, arcivescovo di Canterbury. Dopo il divorzio il re fu scomunicato, questo lo spinse a dichiarare l'Atto di Supremazia che nel 1534 diede origine alla Chiesa anglicana^ Charles Osborne McDonald, The Rhetoric of Tragedy: Form in Stuart Drama, Amherst, University of Massachusetts Press, 1966.^ J. Huizinga, Erasmo, Torino, G. Einaudi, 1941.^ o Martin van Dorp.

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